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Newsletter No 11 – 1/2/2016

“La frustrazione palestinese sta crescendo sotto il peso di mezzo secolo d’occupazione e della paralisi del processo di pace”

Ban Ki-moon, Segretario Generale delle Nazioni Unite

Indice:

  1. La scelta tra pace e estremismo
  2. Importante riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sul Medioriente
  3. Gli insediamenti dal 1967 a oggi

I – La scelta tra pace e estremismo

E’ un dato di fatto che gli insediamenti israeliani rappresentano un grande ostacolo alla soluzione dei due-Stati sulla base delle risoluzioni – come la 242, la 338, la 1515 e diverse altre – adottate dalle Nazioni Unite e dal Consiglio di Sicurezza a partire dal 1967. Gli insediamenti vanno anche contro gli accordi di Oslo, per non parlare dell’iniziativa di pace presentata dai 22 membri della Lega degli Stati Arabi e approvata al vertice arabo di Beirut nel 2002, ma mai presa in considerazione da Israele.

Gli insediamenti sono un ostacolo perché la terra sulla quale dovrebbe nascere lo Stato di Palestina ammonta già solamente al 22% del territorio della Palestina storica e Israele ha inghiottito circa il 46% di questo territorio residuo con la costruzione del Muro dell’Apartheid e con gli insediamenti, che hanno usurpato terreni frantumando tutto il territorio dello Stato palestinese, al punto che non c’è più una continuità territoriale.  A ciò si aggiungono gravi perdite economiche legate all’espropriazione di terreni coltivati e da pascolo.

Dopo decine di anni di sofferenze e di lavoro politico e diplomatico dei palestinesi e degli attivisti per la pace nel mondo, che sono tanti, sembra che finalmente la comunità internazionale si sia convinta dell’ingiustizia dell’occupazione e del fatto che l’occupazione sia il principale ostacolo alla pace desiderata. Quella pace per cui il Presidente Abu Mazen si è speso fedelmente, senza trovare in Israele un vero partner, dopo l’assassinio di Rabin per mano dello studente israeliano di estrema destra Yigal Amir.

Potrà questo movimento politico internazionale mettere fine alle sofferenze delle donne e dei bambini palestinesi, mettendo fine all’occupazione israeliana?

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, capo della diplomazia internazionale, ha fortemente denunciato la continuazione della politica coloniale nella Cisgiordania occupata e – rivolgendosi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 26 gennaio – ha espresso “profonda preoccupazione” per il progetto di Israele di costruire nuove unità abitative e confiscare nuove terre, definendo queste iniziative “atti provocatori”.

La Ministra degli Esteri svedese, Margot Wallström, nel corso di un dibattito parlamentare del 12 gennaio scorso, aveva chiesto un’indagine approfondita sul crimine delle esecuzioni extragiudiziali commesse dalle forze israeliane contro i palestinesi, così come sugli accoltellamenti e gli scontri che si sono verificati di recente. Wallström ha sottolineato che anche secondo il rapporto presentato dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Zeid bin Ra’ad, la risposta degli israeliani non è proporzionata ai presunti attentati.

In seguito alle dichiarazioni del Segretario Generale Ban Ki-moon, dichiarazioni simili e senza precedenti contro la politica israeliana sono arrivate anche dall’Ambasciatore degli Stati Uniti a Tel Aviv, coerentemente con l’avvertimento lanciato da John Kerry e da Barack Obama sull’attuale incapacità degli Stati Uniti di garantire una protezione a Israele.

Tutto ciò è in linea con le Conclusioni sul processo di pace in Medio Oriente approvate dal Consiglio per gli Affari Esteri dell’Unione Europea il 18 gennaio a Bruxelles, dove si è stabilito – senza che questo comporti alcun boicottaggio – che gli accordi siglati con Israele escludano i Territori Occupati nel 1967. Si tratta di una dura critica alla politica degli insediamenti di Israele, che viene mossa in un momento di rivolta popolare contro l’occupazione e di escalation di violazioni da parte di Israele.

La chiusura dell’orizzonte politico, il congelamento dei negoziati, le pratiche violente di Israele da un lato; le dichiarazioni delle Nazioni Unite e dell’Europa dall’altro. L’estremismo che sta colpendo ovunque mette i politici e gli attivisti per i diritti umani di fronte a un interrogativo cruciale: c’è speranza che dalle parole si passi ai fatti ponendo fine all’occupazione, mettendo in pratica la soluzione dei due-Stati e facendo rispettare il diritto internazionale, o la comunità internazionale opterà per una soluzione alternativa alla pace?

Dra Mai Alkaila

Ambasciatrice dello Stato di Palestina in Italia

Rappresentante permanente presso le organizzazioni delle Nazioni Unite

FAO, IFAD e WFP

 

II – Importante riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sul Medioriente

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha dedicato buona parte della sua relazione sul Medioriente al Consiglio di Sicurezza del 26 gennaio alla questione palestinese, sostenendo che il pericolo peggiore per questa regione è “non cercare una soluzione della questione palestinese. Il Segretario Generale ha confermato la sua posizione contro la politica israeliana nei Territori Occupati, chiarendo che parlare di crescente frustrazione del popolo palestinese sotto il peso dell’occupazione e della paralisi del processo di pace equivale a dire una verità inconfutabile. In particolare, Ban Ki-moon si è soffermato sulla questione degli insediamenti, sostenendo apertamente che “le continue attività di insediamento rappresentano un affronto per il popolo palestinese e per la comunità internazionale, e sono tali da sollevare dubbi fondamentali sull’impegno di Israele verso la soluzione dei due Stati. Il Segretario Generale ha definito i piani per la costruzione di più di 150 nuove case negli insediamenti illegali della Cisgiordania e la recente designazione 370 acri della Cisgiordania come “terra della Stato” come “atti provocatori” destinati ad aumentare la tensione minando la prospettiva di una soluzione politica. Secondo Ban Ki-moon, anche il trasferimento forzato delle comunità beduine dei Territori Occupati deve essere rapidamente interrotto, mentre “la situazione umanitaria di Gaza resta pericolosa” e costituisce una minaccia per la pace e la sicurezza della regione. Per questo, è necessario che l’intera comunità internazionale sia più che mai impegnata nell’aiutare palestinesi ed israeliani a ricostruire la fiducia reciproca e realizzare una pace durature prima che sia troppo tardi.

Diverse le reazioni israeliana e palestinese alle parole del Segretario Generale dell’ONU. Mentre il Primo Ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, lo ha accusato di “alimentare il terrorismo”, il Ministro degli Esteri dello Stato di Palestina, Riad Malki, lo ha ringraziato apertamente. Malki ha però voluto ricordare che da 70 anni è stata affidata al Consiglio di Sicurezza la responsabilità di sostenere la pace e la sicurezza internazionale; insistendo sul fatto che ogni giorno che passa senza che la Carta dell’ONU sia rispettata è un giorno in più di morte e distruzione in Palestina, che allontana la prospettiva di pace e sicurezza internazionale. Secondo il Ministro, non sono mancati sostegno e solidarietà, ma il coraggio politico di far rispettare le innumerevoli risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dell’Assemblea delle Nazioni Unite dallo Stato di Israele, che si reputa anche per questo al di sopra della legge. Ciò è evidente per la Risoluzione 1860 sulla guerra di Israele contro Gaza del dicembre 2008-gennaio 2009, che non ha avuto nessun seguito se non ulteriori attacchi a Gaza e in Cisgiordania, con l’uccisone di altri 2.500 palestinesi tra cui molti bambini. Ma appare chiaro anche dal fatto che gli insediamenti non si sono mai fermati di fronte alle risoluzioni dell’ONU.   La lista di violazioni del diritto internazionale umanitario è infinita, e include detenzioni senza processo, esecuzioni sommarie e distruzione di case, oltre al blocco che rende invivibile Gaza. Non possiamo accettare il ragionamento di chi continua a chiedere garanzie di sicurezza per la potenza occupante senza occuparsi della sicurezza della popolazione occupata, che il diritto internazionale esige esplicitamente. Israele deve scegliere tra l’occupazione e la pace, ma è ormai chiaro che senza un intervento internazionale le cose non cambieranno. I diritti inalienabili del popolo palestinese, compreso quello all’autodeterminazione e alla libertà, non sono negoziabili e non possono dipendere dalla buona volontà delle forze di occupazione. Silenzio e inattività sono complici dell’occupazione e nemici della pace. Una pace – non una calma temporanea – che per essere duratura deve guardare alle cause, non alle conseguenze; poggiando su meccanismi internazionali che pongano fine all’occupazione.

Vedi:

http://www.un.org/sg/statements/index.asp?nid=9417

http://www.timesofisrael.com/netanyahu-un-stoking-terror-while-palestinians-want-to-destroy-us/

http://palestineun.org/statement-by-h-e-dr-riad-malki-foreign-minister-of-the-state-of-palestine-before-the-united-nations-security-council-open-debate-on-the-situation-in-the-middle-east-including-the-palestine-quest/

 

III – Gli insediamenti dal 1967 a oggi

Subito dopo l’occupazione della Cisgiordania, di Gaza e dei 72 Km² di Gerusalemme Est da parte di Israele nel giugno del 1967, un buon numero di civili israeliani, sostenuti dal governo e protetti dalle forze di sicurezza, ha cominciato a muoversi verso il confine Est di Israele per “insediarsi” e rivendicare quelle terre come parte di Israele.

Obiettivo – sin qui conseguito – di questa politica è stata l’alterazione dello status dei Territori Occupati, sia da un punto di vista fisico che demografico, affinché non tornassero nelle mani dei palestinesi. La costruzione degli insediamenti è infatti pensata per confiscare illegalmente la terra palestinese e le sue risorse naturali, confinando la popolazione palestinese in enclave sempre più piccole e staccando Gerusalemme Est dal resto dei Territori Palestinesi.

In questo modo, gli insediamenti rappresentano la minaccia più seria alla costruzione di uno Stato di Palestina indipendente e, di conseguenza, ad una pace giusta e duratura tra israeliani e palestinesi.

E’ stato chiaro fin da subito, perfino agli occhi del consigliere legale del Ministero degli Esteri israeliano, Theodore Meron, che gli insediamenti costituivano una violazione della Quarta Convenzione di Ginevra del 1949, che impedisce alle forze occupanti di trasferire la propria popolazione civile nei territori occupati. Per questo, secondo Meron, gli insediamenti potevano essere solo militari e temporanei.

Invece, durante gli anni ’70, l’esercito confiscò porzioni sempre maggiori di terra, compresi terreni privati, per costruirvi nuovi insediamenti come quello di Ariel che, con i suoi 461 ettari, fu presto riconosciuto come consiglio municipale.

Né servirono a molto la sentenza della Corte Suprema israeliana dell’ottobre 1979, che prende il nome di Elon Moreh dall’insediamento che solo per qualche tempo riuscì o fu disposta a contrastare; e la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU 465 (1980) che chiedeva di smantellare gli insediamenti.

Israele decise infatti di inaugurare nuove regole che gli permettessero di appropriarsi della terra palestinese per farne insediamenti ebraici. Così, al principio degli anni ’80, fece rivivere un’antica legge ottomana secondo la quale il governo poteva dichiarare “terra dello Stato” qualsiasi terreno che non fosse “considerato privato” o non fosse stato coltivato nel corso degli ultimi tre anni.

Da quel momento, nel giro di pochi decenni l’Amministrazione Civile israeliana designò come “terra dello Stato” vastissimi tratti della Cisgiordania, fino ad arrivare a 130.000 ettari che, per la metà finirono in insediamenti o comunque ad imprese israeliane.

L’Accordo ad interim di Oslo del 1995 dava a Israele il controllo esclusivo dell’area chiamata C, che copre il 60% della Cisgiordania, cedendo alla neonata Autorità Palestinese il controllo totale dell’area A e parziale dell’area B. E’ nell’area C, l’unica non frammentata, che si trova la maggior parte degli insediamenti israeliani e delle risorse naturali, compresi i terreni agricoli o da pascolo.  Le aree A e B radunano invece più di 227 cantoni che includono quasi tutte le città palestinesi. Doveva essere un accordo provvisorio, in vista della nascita di uno Stato di Palestina entro 5 anni, ma è ancora in vigore. Forte di questo controllo sull’area C, Israele ha designato il 70% di quest’area ai consigli regionali degli insediamenti entro i quali i palestinesi non possono costruire, e approvato piani di insediamento che coprono il 26% della stessa area.

Tutto questo nonostante lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, stipulato nel luglio del 1998, definisse la politica degli insediamenti un “crimine di guerra” perseguibile dalla Corte.

 Lo stesso anno in cui Israele evacuò gli 8.200 coloni da Gaza, nel 2005, la popolazione dei coloni in Cisgiordania aumentò di 12.000 unità. La popolazione degli insediamenti è ancora cresciuta del 23% dal 2009 al 2014, superando di gran lunga la media di crescita, pari a meno del 10%, nell’insieme del territorio di Israele.  E continua a crescere, come osserviamo dagli insediamenti più recenti o ancora in via di costruzione. Si tratta di veri e propri villaggi, spesso città, esclusivamente ebraiche, talmente assimilate all’economia e alle infrastrutture israeliane da non poterle distinguere da Israele.

Le imprese israeliane o internazionali che si stabiliscono negli insediamenti o nella zona circostante divengono anch’esse “colonie”. Israele amministra 20 zone industriali che coprono 1.365 ettari di terreno in Cisgiordania, i coloni israeliani provvedono alla coltivazione di 9.300 ettari, e le aziende degli insediamenti gestiscono 187 centri commerciali dentro agli insediamenti, mentre 11 cave riforniscono circa il 25% del mercato israeliano della ghiaia. L’impronta geografica delle attività commerciali di Israele in Cisgiordania va infatti oltre i terreni degli insediamenti residenziali, che occupano circa 6.000 ettari. Questi numeri danno un’idea del peso che le attività commerciali hanno come forma di presenza civile israeliana in Cisgiordania.

Oggi, la presenza di civili israeliani è arrivata a comporre una rete di più di mezzo milione di coloni – compresi i circa 200.000 dell’area di Gerusalemme Est – che vivono in 137 insediamenti riconosciuti ufficialmente dal Ministero degli Interni israeliano e in più di 100 “avamposti” non autorizzati dal governo ma che ricevono lo stesso considerevoli aiuti dallo Stato. Sono stati soprattutto gli incentivi del governo, infatti, ad attrarre i cittadini israeliani nelle colonie. Secondo un sondaggio della ONG israeliana Peace Now, il 77% dei coloni intervistati vive negli insediamenti per la qualità della vita, non per motivi religiosi o di sicurezza. Forse con incentivi simili gli stessi coloni potrebbero essere convinti ad abbandonare i Territori Palestinesi.

Le infrastrutture degli insediamenti – come le strade che portano agli insediamenti, i posti di blocco e, soprattutto, il Muro di Separazione – sono anch’esse costruite su terra palestinese espropriata, causando enormi danni, costi e ostacoli alla vita, all’economia e alla mobilità dei palestinesi.

Il Muro di Separazione che Israele ha cominciato a costruire nel 2002 e sta ancora costruendo tra le proteste dei villaggi interessati e le interruzioni dovute ad azioni legali – non ultima l’Opinione della Corte Internazionale di Giustizia che già nel 2004 lo ha dichiarato illegale  –  non risponde affatto ad esigenze di sicurezza ma ad esigenze di insediamento, visto che è fatto per incorporare a Israele la maggior parte degli insediamenti a Israele esistenti e sottrae alla Palestina larghi tratti di terreno destinato a insediamenti futuri. Un terreno di cui i palestinesi hanno bisogno per coltivare, pascolare, raggiungere scuole e servizi; e per attingere l’acqua di cui i coloni usufruiscono al posto loro, utilizzandone a testa 7 volte di più di quella che utilizza un palestinese. Un Muro che non divide gli israeliani dai palestinesi, ma i palestinesi dai palestinesi.

Se le cose non cambiano, la lunghezza totale del Muro sarà di 711 Km, cioè più del doppio dei 320 Km corrispondenti al confine stabilito nel 1967 che teoricamente dovrebbe difendere; mentre l’area presa dal Muro, insieme alle zone controllate dagli insediamenti a Est del Muro e nella Valle del Giordano, lascerà ai palestinesi solo il 54% della Cisgiordania.

Vedi:

https://www.hrw.org/node/285045/

http://english.wafa.ps/index.php?action=detail&id=30278

http://www.mofa.pna.ps/en/settlement/

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