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Newsletter No 12 – 8/2/2016

Ho ancora una lunga strada davanti e continuerò per questo cammino

Mohammed Al-Qeeq

Indice:

  1. L’UE contro le demolizioni
  2. Punizioni collettive a Qabatiya
  3. Eletto il comitato per la restituzione dei morti
  4. Peggiorano le condizioni del detenuto Al-Qeeq
  5. Il cielo di Palestina, a teatro

I – L’UE contro le demolizioni

La “Zona di fuoco 918” a Sud di Hebron, tristemente nota per le esercitazioni militari che la devastano rendendo la vita impossibile ai suoi abitanti, la scorsa settimana è stata bersaglio di azioni contro la popolazione locale ancora più esplicite.

Il 2 febbraio, l’Amministrazione Civile Israeliana e le forze di occupazione si sono presentate sul posto, demolendo 15 strutture della comunità di Khirbet Jenbah dove abitavano 60 persone tra cui 31 ragazzi, e 7 strutture della comunità di Khirbet Al-Halawah In Khirbet Jenbah, dove vivevano 50 persone compresi altri 32 minori. Tutti lasciati senza riparo. Nello stesso blitz, le autorità israeliane hanno anche confiscato 3 pannelli solari a Khirbet Jenbah e due a Khirbet Al-Halawah, che erano stati donati alle comunità da un’organizzazione umanitaria. Si tratta del provvedimento più drastico eseguito in questa zona nel corso degli ultimi dieci anni, ed è accaduto subito dopo l’annuncio del fallimento di un processo di mediazione in corso dal 2013 tra le autorità israeliane e le comunità palestinesi circa la “legalità” di queste costruzioni. Tutta quest’area è infatti al centro di uno scontro legale che dura da diversi anni, causato dalla presenza non solo dell’enorme poligono di tiro usato dall’Esercito, ma anche degli insediamenti ebraici che ospitano in prevalenza i coloni israeliani più estremisti. Tutti i 1.500 palestinesi che abitano nella “zona di tiro 918″ rischiano così l’espulsione. Le azioni legali dei palestinesi continuano con il sostegno di associazioni come il Centro per i Diritti Umani di St. Yves, che proprio in questa occasione ha fatto pressione sulla Corte Suprema israeliana, la quale (almeno per il momento) ha vietato che le demolizioni proseguissero. Mentre è atteso il verdetto finale, non si è fatta attendere la dura condanna dell’Unione Europea:

“Si tratta di un fatto particolarmente preoccupante, sia per l’entità delle demolizioni, sia per il numero di individui vulnerabili che ne sono stati colpiti, compresi bambini che hanno bisogno di aiuto”, ha dichiarato il Portavoce UE sabato 6 febbraio. Oltretutto, “le demolizioni includevano strutture finanziate dall’Unione Europea (…) in pieno accordo con il diritto internazionale umanitario

(…). Chiediamo alle autorità israeliane di invertire le decisioni prese e interrompere ulteriori demolizioni”.

Vedi:

http://www.btselem.org/south_hebron_hills/20160202_demolitions_in_firing_zone_918

http://eeas.europa.eu/statements-eeas/2016/160206_02_en.htm

http://www.maannews.com/Content.aspx?id=770167 http://www.i24news.tv/en/news/israel/diplomacy-defense/101977-160207-eu-calls-on-israel-to-halt-demolition-of-palestinian-housing

II – Punizioni collettive a Qabatiya

Il 3 febbraio l’esercito israeliano ha bloccato tutte le strade che portano alla città di Qabatiya, a Sud di Jenin, in Cisgiordania, impedendone uscita e ingresso. Allo stesso tempo, sono state messe in moto le procedure per demolire le case dei 3 teenager uccisi proprio quel giorno dalla polizia israeliana durante uno scontro. Le loro famiglie sono state prese di mira e sottoposte a interrogatori durante la notte. In un doloroso momento di lutto, queste persone hanno visto i soldati misurare le loro case con l’intenzione distruggerle, come punizione collettiva per ciò che avrebbero fatto i figli. Già nel novembre 2015, Il Coordinatore delle Nazioni Unite per gli aiuti umanitari e lo sviluppo delle attività nei Territori Palestinesi Occupati, Robert Riper, aveva dichiarato che “la politica punitiva di distruzione delle case dei palestinesi sospettati di aver compiuto attacchi contro Israele viola il diritto internazionale”, chiedendo apertamente l’interruzione di questa pratica. Di fronte a quet’ultimo raid e al prolungato isolamento di Qabatiya, sabato 6 febbraio il Primo Ministro palestinese Rami Hamdallah, ha ammonito che “le esecuzioni sommarie, le punizioni collettive, l’isolamento di città, villaggi e campi profughi sono tutte pratiche destinate ad esacerbare le condizioni di insicurezza”. Proprio sabato, infatti, si sono verificati scontri all’ingresso della città bloccata. Una città che ha visto la rapida trasformazione di case private palestinesi in avamposti militari israeliani.

Nonostante la minaccia di Tenere Qabatiya isolata per un mese, l’esercito israeliano si è ritirato già nella serata di sabato. Il Presidente Abu Mazen ha invitato tutte le istituzioni locali a prestare aiuto ad una città e ad una popolazione colpite fisicamente ed economicamente dall’invasione dell’esercito israeliano.

Vedi: http://www.china.org.cn/world/Off_the_Wire/2016-02/07/content_37754505.htm http://www.namnewsnetwork.org/v3/read.php?id=MzM2Nzgx http://english.wafa.ps/page.aspx?id=zZ3Vwpa30083960577azZ3Vwp

III – Eletto il comitato per la restituzione dei morti

Sabato 16 gennaio, nei pressi di Betlemme, le famiglie dei palestinesi uccisi dalle forze di occupazione hanno eletto un comitato per chiedere la restituzione dei corpi trattenuti da Israele. L’incontro, che si è tenuto nel villaggio di Al-Duha, era intitolato “Vogliamo i nostri figli”. A capo del Comitato Nazionale Palestinese per il Recupero dei Corpi dei Martiri è stato eletto Issam Al-Arouri. In questa occasione, l’avvocato Suleiman Shahin ha spiegato di aver ottenuto da un tribunale israeliano l’impegno scritto per la restituzione dei corpi di 119 palestinesi, alcuni dei quali residenti a Betlemme, trattenuti ormai da molto tempo. Un membro del Comitato, Ahmad Dabash, il cui fratello morto è nelle mani degli israeliani da ormai 14 anni, ha detto: “La richiesta che i corpi dei martiri siano restituiti alle loro famiglie è semplicemente umana, le nostre attività proseguiranno finché non li avremo ottenuti”. Il comitato ha infatti concordato una serie di iniziative, compresa una tenda di protesta permanente, con l’idea di mostrare i volti dei palestinesi uccisi e di risvegliare il sostegno popolare perché le famiglie ottengano i corpi e li seppelliscano secondo i propri riti.

La questione dei corpi trattenuti da Israele è tornata alla ribalta negli ultimi mesi, ma già prima dell’escalation di arresti e uccisioni partita l’ottobre scorso, erano 262 i morti non ancora restituiti alle famiglie. I “cimiteri per il nemico morto” o “cimiteri dei numeri” esistono da molto tempo. Secondo un’indagine della scrittrice palestinese Reham Al-Helsi pubblicata nel 2012, ve ne sono almeno quattro: uno in una zona militare confinante con Libano e Siria dove sarebbero sepolti circa 500 tra palestinesi e libanesi uccisi nella Guerra del Libano del 1982; uno vicino a Gerico sul fiume Giordano con 100 tombe numerate; il cimitero di Shuheitar, forse il più antico, vicino al villaggio di Wadi Al-Hamam, nel nord della Galilea, dove si trovano vittime uccise nella Valle del Giordano tra il 1965 e il 1975; e il cimitero di Refedim, nella Valle del Giordano, di cui non si sa praticamente nulla.

In questi cimiteri, situati in “zone militari chiuse” e inaccessibili, le tombe non hanno nomi ma numeri, e i corpi sono sepolti male, restando preda di agenti atmosferici e di animali. L’organizzazione israeliana per i diritti umani Hamoked ha parlato esplicitamente di “punizioni collettive” per le famiglie dei morti.

Ad aggravare lo scempio, il forte sospetto che con i morti trattenuti si faccia incetta di organi. Lo ha sostenuto a novembre Riyad Mansour, Osservatore Permanente dello Stato di Palestina presso l’ONU, in una lettera inviata al presidente del Consiglio di Sicurezza che faceva riferimento ad esami medici condotti sui corpi restituiti, a cui mancavano evidentemente alcune parti.

Vedi:

http://www.maannews.com/Content.aspx?ID=769836 https://uprootedpalestinians.wordpress.com/2016/01/16/withholding-the-dead-one-of-israels-more-macabre-practices/

IV – Peggiorano le condizioni del detenuto Al-Qeeq

Giovedì 4 febbraio, il dottor Mahmoud Mahamid, membro dei Medici per i Diritti Umani – Israele (PHRI), ha visitato il detenuto Mohammed Al-Qeeq e ha trovato le sue condizioni di salute quasi disperate. Il giornalista è in sciopero della fame da 75 giorni, cioè da quando è stato arrestato arbitrariamente il 21 novembre e 3 giorni dopo ha deciso di protestare in questo modo contro un ordine di detenzione amministrativa che non prevede alcun processo. Da allora, Al-Qeeq non si è mosso da questa decisione e rifiuta di essere curato dai medici israeliani. Le sue condizioni per ricominciare a mangiare sono che sia rilasciato.

Legato al letto pur avendo già perso la capacità di muoversi e di parlare, il giornalista palestinese in questi mesi è già stato sottoposto a nutrizione forzata, pratica ritenuta dall’Associazione Mondiale dei Medici, dalla Croce Rossa, dalle Nazioni Unite e dallo stesso sindacato dei medici israeliani, uno strumento di tortura crudele e degradante che oltretutto mette in pericolo la vita di chi pratica lo sciopero della fame. L’intervento del dottor Mahamid è servito a scongiurare una decisione del comitato etico dell’ospedale che prevedeva di intervenire ulteriormente su Al-Qeeq contro la sua volontà ancora lucida. Commentando la decisione della Corte Suprema Israeliana di fargli interrompere lo sciopero della fame senza rilasciarlo Al-Qeed ha infatti detto, molto lucidamente: “Stanno cercando di prendere in giro il mondo intero; ma io continuerò il mio sciopero per la libertà, che terminerà solo quando sarò un uomo libero in Cisgiordania”. E non un uomo esiliato a Gaza, come sembra gli sia stato proposto.

Vedi:

http://www.imemc.org/article/74826

http://www.imemc.org/article/74827

http://www.imemc.org/article/74859

V – Il cielo di Palestina, a teatro

L’Ambasciatrice di Palestina in Italia, Dra Mai Alkaila, ha assistito alla penultima replica dello spettacolo teatrale “Il cielo di Palestina”, in scena al teatro Elicantropo di Napoli dal 7 gennaio al 7 febbraio 2016. Realizzato con la regia di Carlo Cerciello, responsabile del progetto di adattamento teatrale dell’antologia La terra più amata, voci della letteratura palestinese (manifestolibri, 2002), lo spettacolo rappresenta una denuncia a cielo aperto delle condizioni in cui è costretto a vivere il popolo palestinese sotto l’occupazione israeliana.

La lezione di Bertolt Brecht e del suo teatro di protesta viene rielaborata all’interno di una sorta di “scatola cinese”: prima che tutto abbia inizio, lo spettatore viene immerso nel crudo dramma della questione palestinese attraverso un documentario sull’uccisione di Rachel Corrie, la giovane cooperante americana dell’International Solidarity Movement travolta da una ruspa israeliana mentre cercava di far scudo col suo corpo ad un edificio che stava per essere demolito; poi, viene invitato a spostarsi dalla stretta anticamera della proiezione alla sala vera e propria, dove si ritrova ad assistere ad una tragicomica intervista con i membri dell’Esercito di difesa israeliano (IDF), dalla quale emergono subito tutte le contraddizioni della retorica israeliana nonché le violazioni del diritto internazionale perpetrate, ad esempio, contro i minori palestinesi: per il governo israeliano, “bambino” è solo chi è al di sotto dei 12 anni; tutti gli altri possono ricevere un colpo alla testa ben assestato, senza fremiti di coscienza.Ben presto, il fumo avvolge ogni cosa, rendendo difficile il respiro e suscitando una sensazione di claustrofobia e angoscia fra chi è seduto sugli spalti, non più semplice spettatore. Impossibile tenere a freno l’empatia con i personaggi mentre Omar Suleiman narra la storia dei soprusi subiti dai prigionieri politici, le vite delle famiglie distrutte dall’esilio, le case rase al suolo dall’esercito israeliano.

Vedi:

http://frontierenews.it/2016/02/il-cielo-di-palestina/

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