«

»

Stampa Articolo

Newsletter No 23 – 2/5/2016

“Sì, tutti noi dobbiamo fare di più per sostenere la lotta del popolo della Palestina per l’autodeterminazione; la ricerca della pace, della sicurezza e dell’amicizia in questa regione”

Nelson Mandela, 4 dicembre 1997

Indice:

  1. Fratello e sorella uccisi al checkpoint Qalandya
  2. 800 palestinesi cacciati dalle loro case solo nel 2016
  3. La conferenza internazionale e le ragioni dell’ostilità israeliana
  4. Inaugurata la statua di Mandela a Ramallah

I – Fratello e sorella uccisi al checkpoint Qalandya

Mercoledì 27 aprile, Maram Taha, di anni 23, incinta e già madre di due figli, Sarah di 6 anni e Remas di 4, si dirigeva a Gerusalemme insieme a suo fratello Ibrahim, di 16 anni, dopo aver finalmente ottenuto un permesso per farlo. Fratello e sorella sono stati freddati dai soldati israeliani al checkpoint Qalandya. Le motivazioni addotte dalle forze dell’ordine sono state di diversa natura. A un certo punto la gravidanza della donna avrebbe fatto pensare che indossasse una cintura esplosiva, ma la tesi più quotata sarebbe stata, anche questa volta, quella dei coltelli.  Appare tuttavia chiaro dalle testimonianze che fratello e sorella non costituissero nessuna minaccia, che gli spari li abbiano colpiti quando erano ancora distanti, e che i coltelli siano apparsi e siano stati sistemati accanto ai corpi delle vittime solo dopo la loro uccisione. Così come non vi sono dubbi che l’unica vera colpa di Maram e Ibrahim sia stata quella di camminare lungo il varco predisposto per il passaggio delle automobili anziché dei pedoni, a cui si è aggiunta, ancor più grave, quella di non capire ciò che veniva loro urlato in ebraico. A rendere davvero insopportabile l’accaduto, il fatto che quando un’ambulanza palestinese è accorsa per prestare soccorso, questo sia stato impedito. I due ragazzi sono morti dissanguati così. Dopo più di un’ora, con calma, i medici militari israeliani non hanno fatto altro che infilare i loro corpi in due grosse buste dell’immondizia e portarli via.

Il portavoce del governo palestinese, Yousef Mahmoud, ha definito questa azione “l’ennesimo crimine da aggiungere alla lunga lista dei crimini commessi da Israele”, spiegando che “nulla può giustificare l’uccisione di una madre incinta e di suo fratello”, se non la “mentalità mafiosa di Israele”; ma aggiungendo che anche “il silenzio della comunità internazionale” di fronte a un’esecuzione del genere, fa sì che simili crimini e violazioni vadano avanti”.

Vedi:

https://alethonews.wordpress.com/tag/ibrahim-taha/

http://english.wafa.ps/page.aspx?id=O96Krba34523888322aO96Krb

http://news.trust.org/item/20160427143222-46040?view=print

II – 800 palestinesi cacciati dalle loro case solo nel 2016

Giovedì 28 aprile, i membri del parlamento britannico hanno avuto l’opportunità di porre la questione palestinese di fronte al Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale. I due nodi più scottanti erano quelli delle demolizioni delle case palestinesi a Gerusalemme Est e in Cisgiordania, che sono quadruplicate dall’anno scorso; e il Meeting di Parigi dei ministri degli esteri, programmato per il 30 maggio, che potrebbe portare al riconoscimento dello Stato di Palestina da parte della Francia. L’ultimo rapporto settimanale delle Nazioni Unite sulla Palestina riferisce infatti che i bulldozer delle forze di occupazione hanno demolito 586 strutture e cacciato di casa 800 palestinesi solo nelle prime 15 settimane del 2016. Rispondendo al deputato laburista Richard Burden, il Ministro per il Medio Oriente Tobias Ellwood ha confermato che le demolizioni, “salvo in casi del tutto eccezionali, vanno contro il diritto internazionale umanitario”. Il quadruplicarsi degli effetti delle demolizioni sta sollecitando il ministero degli esteri del Regno Unito a sollevare altre due questioni molto importanti, chiedendone conto al governo di Israele. Si tratterebbe, innanzitutto, di “garantire una via legale ai permessi di costruzione per i palestinesi”, visto che al momento Israele controlla l’elargizione dei permessi in tre quarti della Cisgiordania Occupata rifiutando nel 99% dei casi quelli richiesti dai palestinesi. Dopodiché, bisognerebbe escogitare un approccio europeo condiviso per rispondere alla demolizione e confisca delle strutture finanziate dall’Unione Europea. Nel frattempo, la Gran Bretagna continuerà a fornire assistenza pratica ai palestinesi dell’Area C che corrono il rischio di demolizioni, sostenendo i Rabbini per i Diritti Umani e il programma di aiuto legale del Consiglio Norvegese per i Diritti Umani, che, nel 97% dei casi che ha rappresentato, è riuscito a sospendere le demolizioni consentendo ai palestinesi di continuare a vivere nelle proprie case.

Secondo le Nazioni Unite, gli israeliani all’inizio di marzo avevano già distrutto 120 edifici finanziati da donatori. Un numero che non si era raggiunto durante tutto il corso del 2015 e che in buona parte deve essere stato sovvenzionato dai contribuenti britannici. Per questo i parlamentari del Regno Unito insistono da tempo perché a Israele venga presentato il conto, chiedendo compensazioni. Una richiesta che potrebbe essere più efficace delle rimostranze fatte sin qui.

Inoltre, mentre i palestinesi subiscono quotidianamente atti di terrorismo da parte dei coloni illegali, i media britannici danno maggiore copertura alle violenze di cui sono accusati i palestinesi. Negli ultimi dieci anni, le Nazioni Unite hanno catalogato 2.598 aggressioni di coloni contro i palestinesi, che solo in rari casi hanno portato ad un processo, nonostante la presenza di prove video. In molti casi, la presenza dei soldati israeliani non è servita ad impedire gli attacchi dei coloni ma a facilitarli.

Solo quando la reazione internazionale è forte, come nel caso di Mohammed Khdair, il ragazzo di 16 anni bruciato vivo, o della famiglia Dawabsha, anch’essa vittima del fuoco appiccato dai coloni, gli aggressori vengono giudicati, e non sempre equamente.

Vedi:

http://english.pnn.ps/2016/04/27/un-800-palestinians-evicted-in-first-quarter-of-2016/

 

III – La Conferenza Internazionale e le ragioni dell’ostilità israeliana

In un comunicato rilasciato nella serata del 28 aprile, il Segretario del Comitato Esecutivo dell’OLP, Saeb Erekat, ha commentato la chiusura di Israele rispetto alla Conferenza Internazionale sulla Pace in Medioriente proposta dalla Francia, sostenendo che si tratti dell’ennesima “affermazione, da parte del governo israeliano, della sua volontà di continuare con i crimini e le violazioni”. Poco prima, infatti, una dichiarazione dell’ufficio del Premier Netanyahu aveva ribadito che “il modo migliore per risolvere il conflitto tra Israele e i palestinesi consiste in negoziati bilaterali diretti”.

Secondo Erekat, la richiesta israeliana “non è mirata al raggiungimento della soluzione dei due Stati, ma è un tentativo di legittimare la politica degli insediamenti e l’imposizione di un regime di Apartheid”.  Di qui le ironie di Netanyahu, che non si spiega a cosa possa servire una conferenza del genere: “Neanche i francesi lo sanno”.

Vedi:

http://www.maannews.com/Content.aspx?id=771331

IV – Inaugurata la statua di Mandela a Ramallah

Nel pomeriggio di martedì 27 aprile, il Presidente dello Stato di Palestina, Abu Mazen, ha inaugurato una statua del leader sudafricano Nelson Mandela, nel centro di Ramallah, in una piazza che da ora in poi sarà Piazza Mandela.

Presenti alla cerimonia, il Capo della Missione Sudafricana in Palestina, Ashraf Suleiman, e il sindaco di Johannesburg, Parks Tau, che ha espresso la speranza “che il popolo palestinese ottenga la sua libertà e la sua indipendenza, così come il popolo del Sudafrica ha ottenuto la liberazione dall’Apartheid e dal razzismo”.

Il sindaco di Ramallah, Mousa Hadid, ha detto con fierezza che “questa è la prima statua che il Sudafrica innalza al di fuori dei suoi confini” e costituisce un evidente riconoscimento da parte del governo sudafricano per il popolo palestinese: per questo le autorità israeliane l’hanno confiscata per qualche giorno, “nel tentativo di privarla dell’orgoglio di Mandela e del suo amore per la libertà”.

Da parte sua, il Primo Ministro palestinese, Rami Hamdallah, ha dichiarato che la vittoria dei sudafricani contro l’oppressione e la persecuzione è di ispirazione per i palestinesi: “attingiamo alla vostra perseveranza e determinazione”, ha detto ai suoi ospiti.

Ogni anno il Sudafrica celebra la Giornata della Libertà il 27 aprile, per ricordare le prime elezioni libere e non razziste dopo la fine dell’Apartheid, che si sono tenute il 27 aprile 1994.

Jamal Dajani, Direttore delle Comunicazioni Strategiche e Media presso l’ufficio del Primo Ministro palestinese, ha commentato come sia “spaventoso, che nel momento in cui tutto il mondo festeggia la fine dell’Apartheid in Sudafrica, i palestinesi soffrano ancora simili misure oppressive sotto la brutale occupazione israeliana”. Aggiungendo: “Proprio come in Sudafrica, così Israele ha istituzionalizzato un sistema concepito per sopprimere un’intera popolazione sulla base dell’appartenenza etnica”.

Nella mente di tutti, le parole pronunciate proprio da Nelson Mandela a Pretoria, il 4 dicembre 1997, in occasione della Giornata Mondiale di Solidarietà con il Popolo Palestinese, che si celebra ogni anno il 29 novembre: “Sappiamo fin troppo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi”.

Vedi:

http://english.pnn.ps/2016/04/27/statue-of-nelson-mandela-inaugurated-in-ramallah/

http://english.wafa.ps/page.aspx?id=qtLEZta34512467286aqtLEZt

CondividiciShare on Google+Email this to someoneTweet about this on TwitterPrint this pageShare on Facebook

Permalink link a questo articolo: http://www.ambasciatapalestina.com/blog/2016/05/02/newsletter-no-23-252016/