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Newsletter No 40 – 10/10/2016

 “Come è stato creato lo Stato di Israele? Grazie alla risoluzione 181 dell’Assemblea Generale dell’Onu. E allora con che diritto gli israeliani si permettono di dire che la nostra richiesta per la creazione di uno Stato palestinese è un’azione unilaterale? In realtà sono le colonie e la trasformazione geografica della Palestina a costituire azioni unilaterali”

Nemer Hammad

Indice:

  1. Nemer Hammad ci ha lasciati
  2. Donald Trump si candida in Israele
  3. La sfida delle donne sulla barca Zaytouna-Oliva
  4. Morte del prigioniero Hamdouni
  5. Prima visita della Corte Penale Internazionale in Palestina e Israele

I – Nemer Hammad ci ha lasciati

Il grande patriota palestinese Nemer Hammad è venuto a mancare il 29 settembre a Beirut. La scomparsa del nostro fratello, compagno e amico rappresenta una grande perdita non solo per la moglie Ghada, la figlia Rania, il figlio Majd e tutti i loro familiari, ma per l’intero popolo palestinese, per l’OLP e per tutti gli uomini e le donne libere e amanti della giustizia e della pace.

Hammad era nato in Palestina nel villaggio della Galilea palestinese di Al Kabri nel 1941. Di lì si è visto costretto a trasferirsi in Libano con la sua famiglia nel 1948, l’anno della Nakba palestinese. Da giovanissimo si è impegnato nella lotta del popolo palestinese per la difesa dei propri diritti.

Rappresentante dell’OLP e Ambasciatore di Palestina in Italia per circa trent’anni dal 1974 al 2005, è stato anche Ambasciatore in Iugoslavia dal 1984 al 1986. Consigliere politico del Presidente Abu Mazen dal 2006, nel 2008 ha ricevuto dal Presidente anche l’incarico di dirigere la struttura generale dell’informazione palestinese, che comprende l’agenzia di informazione Wafa e la televisione palestinese.

Nemer Hammad ha speso tutta la sua vita lottando per il diritto alla giustizia e alla pace dei popoli oppressi nel mondo e per il legittimo diritto del popolo palestinese ad uno Stato indipendente. Si è spento prima di vedere realizzato questo diritto. Non ha vissuto né una vera pace né una vera giustizia.

Durante i lunghi anni della sua presenza in Italia, Nemer Hammad è riuscito a tessere solidi rapporti politici e personali con governi e istituzioni, personalità e forze politiche, associazioni della società civile, sindacati e moltissime figure del mondo dell’informazione, della cultura e dell’arte.

Lascia anche qui molti amici e molte amiche, che hanno ammirato le sue idee politiche, i suoi scritti, il suo modo di pensare, il fatto che credesse pienamente nel ruolo delle donne nella società palestinese e nella loro lotta per l’autodeterminazione del popolo palestinese.

Con grande tristezza, l’Ambasciata di Palestina è vicina alla moglie di Hammad, la nostra amica Ghada, e ai suoi figli, i nostri amici Rania e Majd.

Ciao Nemer, sarai sempre nei nostri cuori e illuminerai sempre le nostre menti.

 

II – Donald Trump si candida in Israele

Ai primi di settembre, il consigliere di punta di Donald Trump, David Friedman, in occasione di un incontro con alcuni coloni in visita a New York, li aveva rassicurati sul fatto che il Presidente Trump farebbe di tutto, “combatterebbe in eterno, per mantenere gli ebrei in Giudea e in Samaria”, cioè per far restare loro, i coloni illegali, in Cisgiordania. L’attuale piattaforma repubblicana su Israele sarebbe infatti, secondo Friedman, “la più forte mai prodotta da nessuno dei due partiti nella storia di questo Paese”. L’incontro del 25 settembre sulla Trump Tower di Manhattan tra il padrone di casa Donald Trump e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu sembrerebbe confermare questa profezia. La chiacchierata si è svolta a porte chiuse, ma il comunicato rilasciato dallo staff del candidato repubblicano alle Presidenziali USA chiarisce una volta per tutte la sua posizione su un nodo cruciale del conflitto israelo-palestinese come quello di Gerusalemme: “Mr. Trump ha riconosciuto che Gerusalemme è stata la capitale eterna del popolo ebraico per più di 3.000 anni e che gli Stati Uniti, sotto l’amministrazione Trump, accetteranno finalmente il mandato del Congresso per il riconoscimento di Gerusalemme come capitale indivisa dello Stato di Israele”. Un mandato approvato nel 1995 e mai attuato da alcun presidente degli Stati Uniti, che viola il diritto internazionale e le Risoluzioni dell’ONU per cui Gerusalemme Est costituisce parte integrante dello Stato di Palestina, di cui è destinata a divenire capitale. Il doppio incoraggiamento proveniente dal candidato Trump è stato colto al volo dal Ministro dell’Istruzione israeliano, Naftali Bennet, secondo il quale è tuttavia irrilevante chi sarà il nuovo inquilino della Casa Bianca: l’annessione dei Territori palestinesi dovrà procedere lo stesso perché “non possiamo aspettarci che il mondo sia più sionista di noi, dobbiamo fare quello che è giusto per noi”. Bennet ha per questo promesso una soluzione per le 2.000 case non autorizzate in Cisgiordania e in particolare per l’avamposto illegale di Amona, al centro della Cisgiordania e del dibattito politico israeliano. L’Alta Corte di Giustizia ha infatti stabilito che Amona deve essere rasa al suolo entro il 25 dicembre. Tuttavia, molti parlamentari del suo partito (Casa ebraica) e del Likud (il partito di Netanyahu) stanno pensando ad una legge, nota come Atto delle Regolazioni, che condonerebbe retroattivamente le case illegali in Cisgiordania risolvendo il problema alla radice, ma solo dal punto di vista del diritto israeliano e contrariamente al diritto internazionale che regolamenta i rapporti tra forze occupanti e popoli che vivono sotto occupazione.

Vedi:
http://time.com/4507011/donald-trump-hillary-clinton-benjamin-netanyahu-israel/

https://www.nad.ps/en/media-room/press-releases/statement-plo-secretary-general-dr-saeb-erekat%E2%80%99s-mr-trump%E2%80%99s-statement

http://www.jpost.com/US-Elections/Trump-wont-jettison-Judea-and-Samaria-advisor-says-468704

http://www.breakingisraelnews.com/76330/bennett-us-elections-opportunity-imposing-israeli-sovereignty/#xMJ2fhsBcCzB7DmM.97

III – La sfida delle donne sulla barca Zaytouna-Oliva

Le 13 donne che, da diverse parti del mondo, si erano imbarcate sulla barca Zaytouna-Oliva della Freedom Flotilla per superare il blocco navale e protestare contro l’assedio imposto da Israele alla Striscia di Gaza, sono state arrestate ed espulse. Lasciano tuttavia un importante testimone nelle mani di chi vorrà rilanciare il loro urlo di libertà. Anche se Tel Aviv sembra voler chiudere la vicenda al più presto e senza fare rumore. Come in occasione dell’arrembaggio israeliano al traghetto turco Mavi Marmara diretto a Gaza, che causò la morte di 10 passeggeri nel 2010. Forte dell’esperienza fatta in passato, il governo israeliano sa che più si parla di queste azioni di forza della sua Marina in acque internazionali, più l’attenzione si concentra sulle terribili condizioni in cui versa la Striscia. A maggior ragione, ricordiamo che il viaggio delle attiviste era cominciato da Messina, in Italia, il 27 settembre e che il gruppo comprendeva un Premio Nobel per la Pace, tre parlamentari, una diplomatica statunitense, un’atleta olimpica sudafricana ed altre personalità del mondo accademico e dell’informazione provenienti da tutti e cinque i continenti, compresa Yudit Ilany, consulente della Knesset, che ha dichiarato, quasi scusandosi: “Come donna israeliana sono parte integrante della macchina d’occupazione, nonostante sia totalmente opposta ad essa e tenti di combatterla”.

Ad attendere impazienti la barca, al vecchio porto, decine di bambini delle scuole di Gaza che si erano organizzati da giorni per dare la giusta accoglienza ad una iniziativa di solidarietà molto apprezzata da tutti gli abitanti della Striscia.

La violenza israeliana che ha posto fine all’avventura di questa imbarcazione e del suo coraggioso equipaggio è stata immediatamente condannata dal Ministro degli Esteri della Palestina Riad Malki, che ha parlato di un vero e proprio “atto di pirateria”, e dal Segretario Generale del Comitato Esecutivo dell’OLP, Saeb Erekat, che ha chiesto il rilascio immediato delle donne detenute, appellandosi anche ai loro Paesi d’origine “affinché facciano qualcosa per evitare che Israele violi i diritti delle loro cittadine”, e ricordando che “la causa palestinese per la libertà e l’indipendenza rappresenta una richiesta universale di giustizia condivisa da milioni di persone in tutto il mondo. In modo umile ma significativo, la Flotilla ci dice che è giunta l’ora di trasformare le dichiarazioni di solidarietà in azioni concrete”.

Vedi:

https://shiptogaza.se/en/Pressrelease/zaytouna-oliva-departs-gaza-amal-hope-ii-scheduled-follow

http://www.agencemediapalestine.fr/blog/2016/09/27/les-enfants-de-gaza-attendent-le-bateau-des-femmes-pour-gaza/

http://nena-news.it/gaza-marina-israeliana-pronta-ad-abbordare-zaytouna-oliva/

https://www.nad.ps/en/media-room/press-releases/statement-plo-secretary-general-dr-saeb-erekat-today%E2%80%99s-aggression-israel

http://www.iltempo.it/home/2016/10/06/news/i-pink-floyd-si-riuniscono-per-le-donne-di-gaza-1022424/

IV- Morte del prigioniero Hamdouni

Yasser Hamdouni aveva 40 anni e veniva da Yaabad, in Cisgiordania, vicino Jenin. Era stato arrestato ed aveva subìto una pesante aggressione da parte delle guardie carcerarie israeliane nel 2003. Condannato a vita, ha trascorso circa 14 anni in prigione durante i quali ha riscontrato seri problemi al cuore. Nonostante le sue condizioni critiche, non è mai stato curato adeguatamente. Per questo Hamdouni è morto domenica 25 settembre. Alla notizia della sua morte, la Commissione Palestinese per i Detenuti ha richiesto un’investigazione internazionale su quello che ha definito come un “crimine odioso”, mentre i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane hanno proclamato uno sciopero della fame di tre giorni. Per ricordare che sono migliaia i cittadini palestinesi che rischiano la vita come Yasser.

Attualmente i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane sono circa 7.000. Tra questi: 68 donne delle quali 17 minorenni, 480 detenuti al di sotto dei 18 anni di età e 6 deputati. Oltre al fatto che secondo il diritto internazionale i detenuti non dovrebbero essere trasferiti nel territorio del Paese occupante, l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha chiesto l’apertura di indagini riguardo 739 casi di morte e tortura nelle carceri israeliane dal 2000 al 2015. Per tutta risposta, il 15 giugno 2016 la Knesset israeliana ha approvato una legge “anti-terrorismo” presentata dal Ministro della Giustizia che mira ad inasprire le punizioni nei confronti dei prigionieri e ad estendere gli arresti amministrativi, che, non consentendo al detenuto di conoscere né i motivi né la durata della propria detenzione, violano palesemente la Convenzioni di Ginevra che tutela i diritti dei prigionieri.

Vedi:

http://english.wafa.ps/page.aspx?id=DiB8r3a44878960962aDiB8r3

http://english.wafa.ps/page.aspx?id=ZF66qxa46791032739aZF66qx

http://www.presstv.ir/DetailFr/2016/09/25/486399/israel-palestine-inmate-committee-prisoners

 

V – Prima visita della Corte Penale Internazionale in Palestina e Israele

Si è appena conclusa la prima visita in Palestina e in Israele della delegazione della Corte Penale Internazionale (ICC) guidata da Fatou Bensouda. Benché la missione fosse mirata a far conoscere il lavoro della Corte, non fosse legata ad alcuna “scoperta” e non prevedesse alcun annuncio al riguardo, è stata comunque molto ben accolta dallo Stato di Palestina, che aveva d’altra parte richiesto l’intervento della ICC per investigare sui “crimini di guerra” commessi da Israele a Gaza nell’estate del 2014, sulla sua politica degli insediamenti e sul trattamento dei prigionieri palestinesi. Secondo una dichiarazione rilasciata dall’OLP, l’iniziativa è stata specialmente apprezzata “dal popolo palestinese, che, continuando a soffrire l’impunità di Israele e i crimini commessi dagli israeliani, guarda con fiducia alla Corte per avere giustizia”. Con l’occasione, lo Stato di Palestina ha rinnovato la sua richiesta che l’Ufficio del Procuratore Capo Bensouda concluda urgentemente gli esami preliminari per muovere speditamente a un’indagine vera e propria che possa fare giustizia e creare i deterrenti necessari a interrompere le continue violazioni dei diritti umani portate avanti da Israele. Da parte sua, come Membro della ICC, “lo Stato di Palestina è totalmente impegnato ad adempiere agli obblighi previsti dallo Statuto di Roma”, garantendo alla Corte la sua massima collaborazione.

Vedi:

http://www.jpost.com/Arab-Israeli-Conflict/War-crimes-allegations-settlements-bring-ICC-officials-to-Israel-West-Bank-469432

http://www.haaretz.com/israel-news/1.745849

http://www.ansamed.info/ansamed/it/notizie/stati/israele/2016/10/05/mo-prima-visita-corte-penale-aja-in-israele-e-cisgiordania_7d48d954-28be-45a4-8218-4b930f770edc.html

https://www.nad.ps/en/media-room/media-brief/questions-and-answers-visit-icc-office-prosecutor-otp-palestine

https://www.icc-cpi.int//Pages/item.aspx?name=161005-OTP-stat-Palestine

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