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Newsletter No 44 – 7/11/2016

Sono morti in piedi, illuminando il cammino scintillanti come stelle, baciando le labbra della vita. Si sono alzati di fronte alla morte. Poi sono scomparsi come il sole”

Fadwa Tuqan, poetessa palestinese

Indice:

  1. Il viaggio del Presidente Mattarella in Palestina
  2. A quasi 100 anni dalla Dichiarazione di Balfour
  3. Le parole di B’Tselem all’ONU
  4. L’iniziativa delle donne

I – Il viaggio del Presidente Mattarella in Palestina

Il Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella ha svolto la sua prima missione in Palestina e in Israele con l’intenzione dichiarata di portare un messaggio di “dialogo e responsabilità condivise” per abbatter le tensioni che mai come oggi interessano l’area del Medio Oriente nella sua accezione più ampia.

Al suo arrivo in Palestina, il Presidente è stato accolto anche dall’Ambasciatrice dello Stato di Palestina in Italia, Dra Mai Alkaila, che lo ha poi seguito in diverse tappe del viaggio. L’incontro con il Presidente della Palestina, Abu Mazen, si è tenuto volutamente a Betlemme, come Mattarella ha avuto modo di apprezzare durante la successiva conferenza stampa. Rivolgendosi ai giornalisti, Mattarella ha detto: “nei colloqui appena conclusi, ho avuto conferma dello storico rapporto di amicizia che lega la Palestina all’Italia”. Sul fronte della cooperazione, il Presidente Mattarella ha ricordato gli aiuti che l’Italia ha avuto il privilegio di stanziare per il restauro della Basilica della Natività a Betlemme e per il recupero dei mosaici del Palazzo di Hisham a Gerico, opere d’arte che il Presidente ha visitato durante il suo soggiorno.

Sul fronte della politica, il Presidente Mattarella ha dichiarato: “il mio Paese continuerà a sostenere con convinzione il rafforzamento delle istituzioni statali palestinesi e un accordo di pace duraturo e omnicomprensivo basato sulla soluzione dei due Stati per due popoli. La ripresa dei negoziati del Processo di Pace deve rimanere una priorità della comunità internazionale, perché è sostanzialmente una sua priorità. Va perciò evitato che la questione israelo-palestinese e il traguardo della Pace rimangano ai margini dell’agenda della comunità internazionale, perché ne costituiscono uno dei punti più importanti. La riconciliazione tra i popoli israeliano e palestinese non è più procrastinabile. Essa è una condizione vitale per avviare un percorso di stabilizzazione complessiva dell’area, in un contesto di sicurezza e sviluppo economico condivisi, a beneficio di tutti”. In particolare, Mattarella ha sottolineato il fondamentale apporto dei governi degli altri Paesi arabi.

Durante la stessa conferenza stampa, il Presidente Abu Mazen ha replicato su entrambi punti, ringraziando per il sostegno della Cooperazione Italiana alle opere d’arte e alle strutture statali palestinesi, e insistendo d’altra parte sul sostegno palestinese “a qualsiasi iniziativa regionale o mondiale per combattere il terrorismo e sradicare estremismo e violenza da qualunque parte essi provengano”. Di fatto, ha concluso il Presidente della Palestina, “il nostro obiettivo strategico è la pace, che è un bene di tutti, ma la chiave per ottenerla è la fine all’occupazione israeliana e dell’ingiustizia storica che il nostro popolo sta subendo, affinché i due Stati di Palestina e Israele vivano in sicurezza, stabilità, pace e buon vicinato”. Per quanto riguarda il ruolo dell’Italia in particolare, Abu Mazen ha dichiarato di aver apprezzato “la posizione del parlamento italiano che ha votato una mozione in cui chiede al suo governo di riconoscere lo Stato di Palestina” e si è detto “fiducioso che l’Italia avrà un ruolo importante a sostegno della Conferenza Internazionale” che la Francia si sta adoperando ad organizzare entro la fine dell’anno.

Vedi:

http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Foto&key=9898

http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Video&key=1465&vKey=1290&fVideo=7

http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2016/10/25/mattarella-da-netanyahu-e-abu-mazen_b5d6d0c6-7f6c-42c7-a4d9-b9fde3947de4.html

http://www.interris.it/2016/10/28/105620/cronache/mediterraneo/mattarella-in-palestina-lanp-con-litalia-ce-un-legame-fortissimo.html

http://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2016/10/31/abbas-grazie-italia-ora-riconoscete-stato-palestinese_09GSAm5k8cDDfxxRfZ9VnM.html

 

II – A quasi 100 anni dalla Dichiarazione di Balfour

Già alla fine di luglio il Presidente Abu Mazen si era rivolto alla Lega Araba attraverso il suo Ministro degli Esteri, Riad Malki, chiedendo collaborazione per un’eventuale azione legale contro la Gran Bretagna, responsabile della famosa Dichiarazione di Balfour del 1917, che, nello “stabilire in Palestina una patria per il popolo ebraico” di fatto “diede a persone che non erano di quel luogo qualcosa che non era loro”. Il Segretario Generale del Comitato Esecutivo dell’OLP, Saeb Erekat, è tornato sul tema il 2 novembre, a 99 anni esatti dalla Dichiarazione, con un articolo pubblicato sulla rivista statunitense Newsweek. In sostanza, il messaggio dell’OLP è il seguente: La Dichiarazione di Balfour non è altro che una lettera inviata nel 1917 da un ministro britannico a un banchiere, anch’egli britannico, che rappresentava il movimento sionista nel Regno Unito. A quel tempo, l’area conosciuta come Palestina Storica era abitata da più di 700.000 persone, di cui la stragrande maggioranza era costituita da arabi indigeni. Tutt’altro che “una terra senza popolo per un popolo senza terra”, quindi. Piuttosto, una terra con una popolazione araba che aveva diritto all’autodeterminazione e ad uno Stato indipendente così come stabilito dall’Art. 22 del Patto della Società delle Nazioni.

Fu proprio per l’inserimento della Dichiarazione di Balfour nel Mandato Britannico di Palestina che nel 1922 il parlamento del Regno Unito rifiutò di dare legittimazione al Mandato. Per non parlare della reazione di Sir Edwin Montagu, ministro del governo per di più di origine ebraica, che non esitò a chiedere: “Che ne sarà della popolazione del Paese? I loro antenati hanno occupato il Paese per quasi tutti questi 1.500 anni e possiedono queste terre…non saranno contenti di essere espropriati da immigrati ebrei”.

Appare evidente, secondo l’OLP, che “il rifiuto della Dichiarazione di Balfour da parte palestinese non è radicato nell’antisemitismo o in sentimenti anti-ebraici, ma nella difesa e nel perseguimento del diritto inalienabile del popolo palestinese all’autodeterminazione nella propria terra. I palestinesi hanno sempre distinto gli ebrei che vivono in Palestina dai sionisti stranieri che volevano trasformare la Palestina in uno Stato ebraico e delegazioni ufficiali l’hanno a più riprese comunicato alle loro controparti britanniche. Nessun popolo avrebbe accettato che una potenza straniera offrisse il suo Paese a beneficio di altri, negando per di più i suoi diritti politici”.

Il motivo dietro a una denuncia apparentemente anacronistica è altrettanto chiaramente spiegato nell’articolo di Saeb Erekat: “Gli effetti e le conseguenze della Dichiarazione di Balfour sono così diffusi oggi come lo erano 99 anni fa. La pulizia etnica e il trasferimento forzato dei palestinesi che vivono nella Palestina occupata continuano, come continuano l’annessione e l’appropriazione indebita delle terre palestinesi, mentre il complesso industriale degli insediamenti espande il proprio regime coloniale e i diritti sia civili che politici dei palestinesi continuano ad essere negati”.

Per questo, anziché “evidenziare” i 100 anni dalla Dichiarazione di Balfour, come promesso nel 2015 da Tobias Ellwood, Sottosegretario agli Affari Esteri e del Commonwealth per il Medio Oriente e l’Africa, il Regno Unito dovrebbe oggi “ammettere le proprie responsabilità ed impegnarsi a proteggere e portare avanti i diritti politici, civili e nazionali del popolo palestinese”, calpestati in seguito a quello che è stato un “grave insulto alla giustizia nel mondo”.

Inoltre, sottolinea l’OLP, “il Regno Unito dovrebbe riconoscere che la soluzione dei due-Stati sui confini del 1967, che lo stesso Regno Unito sostiene ufficialmente, equivale al riconoscimento dello Stato di Palestina.  E’ tempo che il Regno Unito riconosca inequivocabilmente lo Stato di Palestina, cos’è sennò la soluzione dei due-Stati, senza due Stati sovrani e indipendenti che vivono fianco a fianco in pace e sicurezza?”.

Concludendo: “A quasi 100 anni dalla Dichiarazione di Balfour, a 70 dalla tragedia della Nakba e dopo 50 anni di occupazione militare illegale, facciamo che il 2017 celebri la fine dell’occupazione e un nuovo inizio per la Palestina, ammettendo pienamente le responsabilità per le passate ingiustizie. Per costruire un futuro di pace tra Israele e Palestina e nel mondo, la giustizia va onorata. Il Regno Unito non può continuare a schivare le proprie responsabilità storiche in Palestina”.

Vedi:

http://europe.newsweek.com/britain-cannot-continue-avoid-its-responsibility-palestine-515746

https://www.theguardian.com/world/on-the-middle-east/2016/jul/27/will-palestinians-sue-britain-over-the-balfour-declaration-of-1917

 

III – Le parole di B’Tselem all’ONU 

B’Tselem, una delle più importanti associazioni israeliane per i diritti umani, sta facendo pressione sul Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite affinché faccia qualcosa di concreto per porre fine all’occupazione della Palestina.  In particolare, il 14 ottobre il suo Direttore Hagai El-Ad si è rivolto ad un incontro informale del Consiglio sugli “Insediamenti illegali israeliani” denunciando il fatto che Israele ha controllato le vite dei palestinesi a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est per gli ultimi 49 anni”. El-Ad ha per questo proposto che il 50esimo anniversario dell’occupazione veda il prossimo anno la realizzazione dei diritti dei palestinesi e la fine dell’occupazione, insistendo che “il Consiglio di Sicurezza debba agire e debba farlo ora”, perché “non ne ha solo il potere, ma la responsabilità morale e l’opportunità storica”.

Né è stato difficile, per il Direttore di B’Tselem, replicare alle ingiurie dell’Ambasciatore di Israele presso l’ONU, Danny Danon, che ha accusato B’Tselem di unirsi “ai tentativi palestinesi di scatenare un terrorismo diplomatico contro Israele presso le Nazioni Unite”. El-Ad ha infatti risposto: “Cosa dovrebbero fare i palestinesi? Se osano fare manifestazioni, è terrorismo di massa. Se chiedono sanzioni, è terrorismo economico. Se usano mezzi legali, è terrorismo giudiziario. Se si rivolgono alle Nazioni Unite, è terrorismo diplomatico. Risulta che qualunque cosa faccia un palestinese, a parte alzarsi la mattina e dire “Grazie, Raiss” – “Grazie, padrone” – è terrorismo. Cosa vuole il governo, una lettera di resa o che i palestinesi spariscano? Non possono sparire”. Ecco perché B’Tselem si è appellata al Consiglio di Sicurezza: “Non ci sono possibilità che la società israeliana, di sua spontanea volontà e senza alcun aiuto, metta fine all’incubo. Troppi meccanismi nascondono la violenza che mettiamo in atto per controllare i palestinesi. Ho parlato alle Nazioni Unite contro l’occupazione perché mi sforzo di essere umano. E gli esseri umani, quando si assumono la responsabilità di un’ingiustizia contro altri esseri umani, hanno l’obbligo morale di fare qualcosa (…). Ho parlato alle Nazioni Unite contro l’occupazione perché sono ottimista, perché sono israeliano, perché sono nato ad Haifa e vivo a Gerusalemme [due città in cui vivono molti palestinesi], e perché non sono più giovane e ogni giorno della mia vita è stato accompagnato dal nostro controllo su di loro. E perché è impossibile andare avanti così”.

Tutto ciò è stato molto ben accolto dall’Ambasciatore palestinese presso l’ONU, Riad Mansour, che ha visto nell’incontro del Consiglio di Sicurezza “un esercizio molto positivo” verso una nuova risoluzione dell’ONU contro gli insediamenti, mentre ha finito per scatenare le furie di tal Aviv a tal punto che un esponente del governo ha proposto di trovare il modo per revocare la cittadinanza israeliana ad Hagai El-Ad, sortendo un perfetto effetto boomerang. Il 28 ottobre, infatti, il Relatore Speciale sulla Palestina al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UNHRC), Michael Lynk, ha fatto sapere che esaminerà nel suo prossimo rapporto il trattamento che Tel Aviv riserva ai gruppi umanitari, specificando che “il fatto che il governo minacci di revocare la cittadinanza ad Hagai El-Ad è un passo particolarmente preoccupante che Israele vuole prendere”.

Vedi:

http://www.haaretz.com/israel-news/1.747555

http://www.haaretz.com/opinion/.premium-1.747699

http://nena-news.it/hagai-el-ad-perche-ho-parlato-contro-loccupazione-allonu/

http://nena-news.it/lonu-esamineremo-il-trattamento-disraele-verso-i-gruppi-umanitari/

 

IV– L’iniziativa delle donne

A coronamento di due settimane di marcia, le donne israeliane e palestinesi giurano di continuare la lotta fino al raggiungimento di un accordo tra i loro leader. Cominciata con una celebrazione presso il Mar Morto, proseguita con una marcia per le strade di Gerusalemme, poi con una manifestazione davanti alla residenza del primo ministro Netanyahu, il 19 ottobre si è conclusa la March of Hope, la Marcia della Speranza di migliaia di donne israeliane e palestinesi.

La marcia è stata organizzata e sponsorizzata da Women Wage Peace (Le Donne Dichiarano Pace), un’associazione fondata nel 2014 in seguito all’aggressione israeliana contro Gaza: “Non ci fermeremo fino a quando non sarà raggiunto un accordo politico che porti ad un futuro sicuro per noi, i nostri figli e nipoti”, dice il loro sito web.

La March of Hope è cominciata il 5 ottobre, quando circa 2.500 donne hanno percorso i primi 5 km da Rosh Hanikra, sul confine tra Israele e Libano, fino alla spiaggia di Achziv, a Nord di Nahariya. Ogni giorno, da allora, le donne hanno partecipato a camminate lunghe dai 5 ai 10 km in diverse località, compresa la zona a ridosso della Striscia di Gaza.

Secondo Ziad Darwish, che fa parte del Comitato Palestinese per l’Interazione con gli Israeliani che opera sotto il patrocinio di Al-Fatah, le donne palestinesi hanno ricevuto sostegno politico e finanziario dal presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas e dall’Autorità stessa, che ha pagato il noleggio degli autobus per raggiungere le donne israeliane, l’acqua e i cappelli con il logo con la colomba che in molte indossavano sopra gli hijab.

Al momento dell’incontro l’atmosfera è stata festosa. Quando le donne palestinesi sono scese dagli autobus, sono state abbracciate dalle donne israeliane e hanno formato cerchi di danze improvvisate.

Il Premio Nobel per la Pace 2011 Leymah Gbowee, pacifista liberiana e leader del movimento delle donne che pose fine alla sanguinosa guerra civile della Liberia, è stata ospite d’onore di questa manifestazione. “Gli uomini cercano di sminuire l’attivismo delle donne come se non fosse importante, come se non fosse ‘roba seria’ – ha detto in una breve intervista al quotidiano israeliano Haaretz –  ma pistole e bombe non sono rivolte solo contro gli uomini. Le donne soffrono dolore vero, abbiamo cose serie da dire e la possibilità di unirci colmando le divisioni: questo è molto serio, molto politico e molto potente”.

Vedi:

http://www.haaretz.com/israel-news/.premium-1.748406

http://ww.awmiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&view=article&id=5524:non-possiamo-contare-sugli-uomini-per-creare-la-pace-dobbiamo-fare-da-sole&catid=25&Itemid=75

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