«

»

Stampa Articolo

Sprechi alimentari – 3/3/2017

Conferenza Regionale, Cremona

Fattori contaminanti – Incidenza sulla mortalità – Gestione del rischio

Signore e Signori,

A nome di tutto il popolo della Palestina, vorrei ringraziare gli organizzatori di questa importante Conferenza per avermi dato l’opportunità di condividere con voi, in uno spirito di dialogo e di scambio di esperienze, quanto sia cruciale per noi palestinesi l’accesso a un cibo sano.

Il Corano dice: “Mangiate e bevete, ma non sprecate nulla, perché a Lui non piacciono gli spreconi”. E in Palestina siamo fissati con l’idea dello “spreco”, utilizzando molto questo termine nel nostro linguaggio quotidiano. Il motivo per cui non sopportiamo lo spreco di cibo è che in Palestina non tutti possono permettersi il cibo.

Per questo motivo, e per rispettare il nostro ambiente, sono stati portati a termine con successo diversi esperimenti dove si afferma uno stile di vita e di produzione a spreco zero e in armonia con la natura, in villaggi palestinesi come quello di Farkha, il primo eco-villaggio della Cisgiordania.

Cercherò quindi di fare luce sul nostro problema principale, che è quello dell’insicurezza alimentare e della scarsità di cibo: se il cibo, come sappiamo, significa libertà, cosa significa la libertà in un Paese occupato come la Palestina, e che impatto ha l’occupazione sulla nostra sicurezza alimentare? Sono essenzialmente due i modi in cui l’occupazione israeliana della terra palestinese condiziona la nostra scurezza alimentare e impedisce una dieta sana: 1) rubando la nostra terra; e 2) causando la nostra povertà.

 

La povertà in Palestina

Per quanto riguarda la povertà, l’economia palestinese è in termini generali povera, per almeno 4 grandi cause, tutte legate all’occupazione israeliana: 1) blocchi e divieti d’ingresso imposti dalle forze di occupazione a una serie di beni e materiali; 2) il fatto che Israele trattenga il gettito delle imposte palestinesi; 3) la riduzione dei flussi di manodopera in Israele; e 4) la dipendenza del commercio palestinese dall’economia israeliana.

La linea di povertà fissata per la Palestina secondo standard nazionali nel 2011 dall’Ufficio Centrale delle Statistiche Palestinese (PCBS), equivale a 2.293 NIS ($637) al mese per una famiglia di due adulti e tre bambini. Si tratta di una linea ricavata dal consumo medio di cibo, vestiti, alloggio, manutenzione della casa e oggetti personali, cure mediche, istruzione e trasporto. L’indagine più recente sui nuclei familiari palestinesi, del 2014, mostra che il 25.8% della popolazione vive in povertà (17,8% in Cisgiordania e 38,8% nella Striscia di Gaza), con il 12,9% delle persone che vivono in “grave povertà” – cioè con un reddito mensile pari o inferiore a 1.832 NIS ($509) (7,8% in Cisgiordania e 21,1% nella Striscia di Gaza)[1].

Strettamente collegato con il livello di povertà, il grado di sicurezza alimentare di cui gode una popolazione deve essere considerate tra i fattori di sviluppo. L’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) sottolinea che la sicurezza alimentare esiste quando “tutte le persone, in qualsiasi momento, hanno accesso fisico ed economico a cibo sufficiente, sano e nutritivo che soddisfi i bisogni della loro dieta e le loro preferenze alimentari per una vita sana e attiva”.

L’insicurezza alimentare in Palestina è molto elevata: la maggior parte delle famiglie spende più della metà del proprio reddito in cibo, e un terzo delle famiglie è stato classificato come “insicuro” da un punto di vista alimentare. L’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione (UNRWA) dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente è la maggiore fonte di aiuti alimentari nei Territori Occupati palestinesi ed è responsabile per i rifugiati, mentre il Programma Alimentare Mondiale (WFP) è il più grande fornitore di aiuti alimentari ai non-rifugiati[2].

Nella loro conferenza stampa del giugno 2014, PCBS, FAO, UNRWA e WFP hanno dichiarato che la povertà – causata da una disoccupazione al 26%[3] (soprattutto per mancanza di potere economico sotto l’occupazione israeliana), prezzi del cibo alti, aiuti in diminuzione e un rallentamento della crescita economica dal 2011 – è la principale causa dell’insicurezza alimentare in Palestina. Le loro conclusioni erano che “L’insicurezza alimentare in Palestina può essere migliorata in maniera sostenibile affrontando le cause alla radice della crisi, cioè il blocco imposto a Gaza e le restrizioni imposte in Cisgiordania”[4].

Il furto della nostra terra

Il furto della nostra terra è stato e continua ad essere portato avanti da Israele con le sue forze di occupazione e gli insediamenti dei coloni, e attraverso il Muro dell’Apartheid. Di fatto, la Palestina non ha mai smesso di “restringersi”, a partire dalla creazione dello Stato di Israele nel 1948. Nel 1967, Israele ha colonizzato i Territori Occupati Palestinesi trasferendo sistematicamente parte della propria popolazione civile di religione ebraica in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, in aperta violazione del diritto internazionale.  Oggi, più di mezzo milione di coloni israeliani, di cui 260.000 dentro e nei dintorni di Gerusalemme Est, vive in insediamenti costruiti su terra espropriata illegalmente in Cisgiordania. Questi insediamenti variano da “avamposti” di poche case a intere città abitate da decine di migliaia di coloni. Siete stati da poco testimoni da un lato dell’approvazione da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite della Risoluzione 2334 che condanna gli insediamenti israeliani (23 dicembre 2016); e dall’altro dell’approvazione da parte della Knesset della “Legge di Regolarizzazione” che legalizza circa 6.000 abitazioni costruite su terreni privati di cittadini palestinesi, considerate sin qui illegali anche secondo gli standard israeliani.

Obiettivo ed effetto dell’impresa degli insediamenti israeliani, che includono infrastrutture gigantesche, è stato quello di alterare lo status dei Territori Palestinesi, da un punto di vista sia fisico che demografico, affinché non tornino a noi. La costruzione degli insediamenti israeliani è pensata per confiscare illegalmente la nostra terra e le nostre risorse naturali, confinando la nostra popolazione in enclave insostenibili e sempre più piccole, e separando Gerusalemme Est dal resto dei Territori Occupati. Di conseguenza, i palestinesi al momento vivono sul 50% del territorio che appartiene allo Stato di Palestina così come accettato con lo storico compromesso del 1988 con cui abbiamo rinunciato al 78% del territorio della Palestina storica. Come vedete, questo riduce il nostro attuale territorio all’11% della nostra terra storica. Limitando la nostra porzione di terra, la continuità territoriale e l’agibilità delle attività economiche nei Territori Palestinesi, gli insediamenti rappresentano la minaccia più grave alla costruzione di uno Stato palestinese indipendente e, quindi, al raggiungimento di una pace giusta e duratura tra israeliani e palestinesi.  Se combiniamo quanto detto con la terra confiscata direttamente dallo Stato israeliano per cosiddetti “motivi di sicurezza”, otteniamo, in pratica e in termini di vita quotidiana, l’impossibilità per i palestinesi di coltivare la propria terra e produrre cibo.

Questo è evidente quando si tratta di piantare e raccogliere i frutti dei nostri ulivi, limoni e altri alberi.  Se non vengono sradicati dalle forze di occupazione, ci sono altri fattori che ci impediscono di raggiungerli: in particolare, il Muro dell’Apartheid costruito su terra palestinese che spesso ci separa dai nostri alberi, e la presenza di coloni che ci assalgono mentre ci dirigiamo verso i nostri alberi.

La Valle del Giordano, nella Cisgiordania Occupata, è potenzialmente “il cesto di pane” della Palestina e tutta l’economia palestinese crescerebbe di un miliardo di dollari all’anno in fatturato agricolo se le restrizioni sull’uso del suolo e dell’acqua, sulla mobilità e sulle costruzioni nella Valle del Giordano fossero rimosse. Qui i palestinesi subiscono la costante demolizione delle loro case e possono utilizzare solo il 6% della loro terra, mentre i coloni israeliani, che rappresentano solo il 13% della popolazione della Valle, controllano l’86% dei terreni, hanno costruito aziende agricole industriali che producono raccolti di grande valore da vendere sul mercato locale e all’estero, e sono sostenuti da aiuti e sussidi del governo israeliano che facilitano la loro crescita e sostenibilità.

Così, la linea di povertà delle comunità palestinesi nella Valle del Giordano è doppia rispetto a quella del resto della Cisgiordania, con molti abitanti della Valle che cercano disperatamente di vivere dei loro allevamenti e delle loro coltivazioni senza avere adeguato accesso alla terra[5].

La situazione a Gaza

L’insicurezza alimentare dovuta all’assedio, alla povertà e al furto di terra è particolarmente grave nella Striscia di Gaza, dove la popolazione subisce anche il furto del mare.

Un recente Rapporto sulla “Crisi umanitaria a Gaza”, approvato il 24 gennaio 2017 dal Consiglio d’Europa, denuncia il deteriorarsi della situazione umanitaria a Gaza: 75.000 persone ancora sfollate, una disoccupazione al 43% che arriva al 60% tra i giovani, i quali non possono cercare lavoro fuori dalla Striscia. E se quasi il 40% della popolazione vive sotto la soglia della povertà, l’80% di essa si affida all’assistenza umanitaria. La distruzione derivante dalle tre maggiori aggressioni israeliane nel corso degli ultimi nove anni ha causato enormi danni per quanto riguarda l’accesso all’acqua e all’energia, l’igiene e le strutture mediche. Questo, insieme ad una ricostruzione rallentata da un blocco che dura da nove anni e che rappresenta una vera e propria “punizione collettiva”, richiede una soluzione rapida da parte della comunità internazionale.

Con l’operazione militare israeliana del 2014 a Gaza, la situazione è peggiorata drasticamente: sono morte più di 2.250 persone, di cui quasi tutti civili, compresi 551 bambini e 299 donne; più di 11.230 persone sono state ferite; più di 12.620 case sono state completamente distrutte, mentre 6.455 sono state seriamente danneggiate; e il 28% della popolazione di Gaza è stato trasferito[6].

Il territorio di Gaza non soffre solo di mancanza di energia elettrica e di acqua potabile; secondo il Rapporto della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo del 2015, a causa dei danni al bacino acquifero costiero e del generale degrado ecologico, Gaza rischia di diventare invivibile già nel 2020[7].

Come conseguenza del blocco e delle operazioni militari, il 47% delle famiglie di Gaza non ha sufficiente accesso al cibo, e se il cibo è disponibile, per molti è troppo caro a causa dell’altissimo tasso di disoccupazione. Inoltre, anche quando le famiglie riescono a ottenere del cibo, la pessima qualità dell’acqua, lo scarso livello di igiene, la mancanza di energia elettrica e la carenza di fornelli a gas (importati dal valico di Kerem e pari a un terzo del fabbisogno) rendono molto difficile la preparazione del cibo.

A questa insicurezza alimentare, direttamente connessa a una situazione di povertà generale, bisogna aggiungere che la “zona cuscinetto” con Israele copre circa il 23% del terreno agricolo della Striscia, limitando la possibilità di coltivarlo.

Ma ciò che rende la scarsezza di cibo e di ricchezza più devastante a Gaza è il fatto che la principale fonte di cibo e di ricchezza, la pesca, è per lo più proibita a causa del blocco imposto da Israele. La Palestina è una terra con una lunga tradizione marittima. Settanta anni fa la flotta palestinese solcava il Mediterraneo Orientale. Adesso, con le imbarcazioni confinate nei limiti delle 6 miglia marittime, i pescatori riescono a malapena a pescare ciò di cui hanno bisogno per nutrire le loro famiglie.

Secondo B’Tselem, il Centro Israeliano di Informazione per i Diritti Umani nei Territori Occupati, quasi ogni giorno i pescatori subiscono aggressioni a colpi di arma da fuoco, restando uccisi o feriti. Le barche sono colpite da potenti cannoni ad acqua e spesso confiscate, insieme agli strumenti, loro vengono arrestati, perquisiti inutilmente, umiliati. Non sorprendono, allora, i dati del Dipartimento per la Pesca del Ministero dell’Agricoltura, che mostrano una diminuzione della produzione di pesce durante gli ultimi cinque anni, dalle 3.000 tonnellate del 2008 alle 1.500 di oggi, con 40.000 persone che continuano a dover vivere di questo.

Le conseguenze dell’insicurezza alimentare sulla salute

Circa il 33% delle famiglie palestinesi soffre di insicurezza alimentare. Con la scarsezza di risorse arriva la malnutrizione. Prima del blocco di Gaza e della messa a bando dell’acciaio, del cemento e della ghiaia in Cisgiordania, la malnutrizione non era prevalente. Tuttavia, tra il 2000 e il 2010 è cresciuta del 41,3% in Cisgiordania e del 60% a Gaza. Nel 2004, arresto della crescita e malnutrizione colpivano il 9,4% dei bambini sotto ai cinque anni in Cisgiordania e l’11% di quelli a Gaza. Nel giugno del 2014, il 10% dei bambini sotto ai cinque anni soffriva ancora di arresto della crescita e malnutrizione cronica a Gaza.

Malnutrizione e insicurezza alimentare hanno effetti devastanti. La malnutrizione non colpisce solo il presente: siccome produce ritardi nello sviluppo cognitivo e fisico, ha effetti sul futuro dei palestinesi e della Palestina.

Siccome il blocco e le restrizioni impediscono a molti palestinesi di ottenere il cibo e le sostanze nutritive di cui hanno bisogno, in Palestina è aumentata l’anemia. L’anemia è una condizione per cui i globuli rossi non sono sufficienti o non riescono comunque a svolgere la loro funzione di portatori di ossigeno. Ne soffrono soprattutto i bambini e le donne in gravidanza, e comporta stati di affaticamento, sonnolenza e vertigini.  In Palestina, il 50% dei bambini sotto ai due anni soffre di anemia, mentre è il 39,1% delle donne in gravidanza che ne soffre a Gaza, contro il 15,4% in Cisgiordania.  Poiché l’anemia comporta anche maggiore mortalità materna, il blocco causa un aumento della mortalità durante il parto.

Malnutrizione e anemia persistono e dobbiamo ricorrere agli aiuti internazionali – come quelli del World Food Programme – per assistere le famiglie, nonostante i tentativi di Israele di bloccare anche questi aiuti[8].

Conclusioni

Quello che bisogna veramente fare per sconfiggere l’insicurezza alimentare e tutti i danni ad essa correlati è porre termine all’occupazione israeliana. Questo è qualcosa che la comunità internazionale può e deve aiutare ad ottenere, muovendo azioni concrete contro gli insediamenti israeliani e riconoscendo la Palestina come Stato sovrano.  

[1] http://www.pcbs.gov.ps/portals/_pcbs/PressRelease/Press_En_IntPopD2014E.pdf

[2] http://www.ps.undp.org/content/dam/papp/docs/Publications/UNDP-papp-research-PHDR2015Poverty.pdf

[3] http://www.pcbs.gov.ps/Downloads/book2188.pdf

[4] http://www.pcbs.gov.ps/portals/_pcbs/PressRelease/Press_En_FoodSecuir2014E.pdf

[5] https://www.oxfam.org/en/pressroom/pressreleases/2012-07-05/palestinian-communities-under-threat-jordan-valley-settlement

[6] http://gaza.ochaopt.org/2015/06/key-figures-on-the-2014-hostilities/

[7] http://unctad.org/en/Pages/PressRelease.aspx?OriginalVersionID=260

[8] https://www.wfp.org/countries/palestine

CondividiciShare on Google+Email this to someoneTweet about this on TwitterPrint this pageShare on Facebook

Permalink link a questo articolo: http://www.ambasciatapalestina.com/blog/2017/03/03/sprechi-alimentari-332017/