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Newsletter No 68 – 1/6/2017

“Da ora in poi e a partire da oggi stesso, non permetteremo nessuna violazione delle conquiste e dei diritti dei prigionieri” 

Marwan Barghouthi

Indice:

  1. Hanno vinto i prigionieri
  2. Il senso della visita di Trump in Palestina
  3. Il gabinetto israeliano si riunisce sotto alla Moschea
  4. La perseveranza del Campo di Sarura

 

I – Hanno vinto i prigionieri

I prigionieri palestinesi hanno deciso di sospendere il loro sciopero della fame la mattina di sabato 27 maggio, il primo giorno di un Ramadan che erano disposti ad affrontare mettendo definitivamente a rischio le proprie vite.

40 giorni di digiuno per circa 1.800 detenuti hanno battuto ogni record.

La decisione di smettere è maturata in seguito ad una lunga e faticosa trattativa, conclusasi dopo 20 ore di discussione tra i detenuti, le autorità carcerarie e la Croce Rossa nel carcere di Ashkalon, dove, grazie all’intervento risolutivo del leader dello sciopero, Marwan Barghouthi, Israele ha finito per accogliere molte delle richieste fatte dai detenuti.

Domenica 28, Issa Qaraque, responsabile della Commissione dell’Autorità Nazionale per i Prigionieri Palestinesi, ha dichiarato che, in base all’’accordo raggiunto dopo le trattative tra il servizio carcerario israeliano e i rappresentanti dei prigionieri in sciopero, l’80 per cento delle richieste erano state soddisfatte, aggiungendo che tale esito rappresenta “un cambiamento fondamentale delle condizioni di vita dei prigionieri.”

E’ presto per dire cosa sarà veramente garantito ai prigionieri, sia perché non sono state rilasciate molte informazioni al riguardo, sia perché trattandosi di accordi “in linea di principio” non è detto che poi si concretizzino, sia, infine, perché non sarebbe la prima volta che Israele disattende ad un impegno preso. Fatta questa premessa, resta la soddisfazione che alcune richieste importanti tra quelle sollevate dai detenuti siano state almeno in parte accolte. Tra queste, segnaliamo il miglioramento qualitativo e quantitativo delle visite dei familiari, che da ora in poi comprenderanno anche membri della famiglia di “secondo grado” come nonni e nipoti e avranno una durata di 60 minuti anziché di 45; l’installazione di un telefono pubblico per le donne, i minori e i malati detenuti, che potranno così comunicare quotidianamente con i familiari; l’aggiunta di 3 canali satellitari per avere più informazioni dall’esterno; la possibilità di ricevere visite mediche da parte di specialisti esterni di fiducia; e un maggior accesso a rifornimenti personali di cibo e altro.

Inoltre, al termine dello sciopero Marwan Barghouthi ha rilasciato un comunicato in cui sottolineava l’importanza che si sia formato un comitato di alti funzionari del servizio carcerario israeliano per proseguire il dialogo con i rappresentanti dei prigionieri nei prossimi giorni, per continuare a discutere tutte le questioni, nessuna esclusa.

Barghouthi ha anche aggiunto che i detenuti sono pronti a riprendere lo sciopero se lo stesso servizio carcerario non rispetterà gli impegni presi con loro.

Tuttavia, la vittoria più grande consiste sin d’ora nell’aver costretto le autorità israeliane a considerare i prigionieri come veri e propri interlocutori con cui dover negoziare; nell’aver portato la questione dei detenuti all’attenzione del mondo intero nonostante la riluttanza di molti mezzi di informazione; e nell’aver raccolto forti dimostrazioni di solidarietà un po’ ovunque.

Si tratta adesso di investire questo successo e questa consapevolezza nella Campagna per la liberazione di Marwan Barghouthi e di tutti i prigionieri – lanciata nel 2013 dalla cella di Nelson Mandela a Robben Island con il sostegno di 8 Premi Nobel, 120 governi, 15 ex presidenti e primi ministri, centinaia di parlamentari, artisti, intellettuali e organizzazioni nonché migliaia di cittadini – perché la loro detenzione continua, come continua la detenzione amministrativa che, a quanto pare, non è stata nemmeno presa in considerazione dalle autorità israeliane tra le pratiche illecite da abolire.

L’accordo conseguito dimostra che la lotta nonviolenta può avere successo, tanto più se condotta con saggezza, determinazione e unendo tutte le forze, come è avvenuto con lo sciopero della fame dei prigionieri politici, che è stato sostenuto da tutte le forze politiche palestinesi e da tutta quanta  la popolazione. Bisogna andare avanti e, come ha detto Marwan Barghouthi sin dal primo giorno dello sciopero della fame, “le nostre catene saranno rotte prima di quando pensiamo, poiché è nella natura umana rispondere al richiamo per la libertà, costi quel che costi”.

Vedi:

http://english.wafa.ps/page.aspx?id=3BVYHca90955227198a3BVYHc

http://english.wafa.ps/page.aspx?id=wjvH8Fa90961889469awjvH8F

https://www.maannews.com/Content.aspx?id=777343

https://www.maannews.com/Content.aspx?id=777369

http://samidoun.net/2017/05/victory-towards-liberation-salute-to-the-palestinian-prisoners-and-the-struggle-for-freedom/

https://electronicintifada.net/content/starving-their-sons/20511

http://samidoun.net/2017/05/new-statement-from-marwan-barghouthi-on-the-strike-of-freedom-and-dignity/

II – Il senso della visita di Trump in Palestina

Il 22 maggio, alla vigilia del suo incontro con Donald Trump a Betlemme, il Presidente Abu Mazen aveva spiegato che è suo dovere “lavorare per la nostra causa e cercare di risolverla”. Forse perché non sono in pochi coloro che hanno difficoltà a scorgere nel nuovo Presidente USA un interlocutore credibile. Tuttavia, ha spiegato il Presidente della Palestina, “questi incontri, siano essi a Washington, Riad o Betlemme, sono tutti utili e necessari per riportare l’attenzione di Trump alle nostre questioni politiche”.

Una speranza, quella di Abu Mazen, rimasta intatta anche in seguito all’incontro, quando il Presidente palestinese ha ringraziato l’ospite che “ con la sua visita ha dato speranze e ottimismo per raggiungere una pace giusta, affinché i bambini di Palestina e Israele possano godere di un futuro stabile e prospero”.

In particolare, il Presidente della Palestina ha voluto sottolineare che, come il suo ospite aveva avuto modo di vedere il giorno prima nella sua visita nei luoghi sacri nella Gerusalemme occupata e poi a Betlemme, “il conflitto non è fra religioni. Noi siamo aperti al dialogo con i vicini israeliani per una pace genuina. Il nostro problema sono l’occupazione, le colonie, e il rifiuto di Israele di riconoscere lo Stato di Palestina così come noi abbiamo invece riconosciuto il loro. Il problema non è fra noi e l’ebraismo, ma fra noi e l’occupazione”. Il leader palestinese ha poi sollevato la questione dello sciopero della fame ancora in corso, chiedendo al governo israeliano di trattare i detenuti “con umanità” e consegnando a Donald Trump una lettera in cui i “familiari dei prigionieri nelle carceri dell’occupazione israeliana” gli dicevano, tra le altre cose, che “Noi palestinesi abbiamo molto da offrire al mondo. Abbiamo offerto vite esemplari in ogni campo, dentro e fuori le prigioni, e inseguiamo il sogno del giorno in cui il nostro popolo, che ha tanto sofferto per ottenere la libertà, potrà crescere i suoi figli in un paese libero, sicuro e pacificato. Crediamo che lei abbia la capacità e la necessaria influenza sul governo della potenza occupante per porre fine alla sofferenza dei nostri figli che sono nelle prigioni israeliane. Lei ha detto che vuole la pace e la pace comincia con la fine della guerra che Israele porta avanti contro i nostri figli, le nostre case, la nostra terra, le nostre esistenze e i nostri diritti”.

Abu Mazen si è quindi rivolto al suo interlocutore con l’auspicio che sia ricordato nella storia come “il Presidente che ha ottenuto la pace tra gli israeliani e i palestinesi”.

Vedi:

http://english.wafa.ps/page.aspx?id=ZUGVY0a90911446560aZUGVY0

http://english.wafa.ps/page.aspx?id=B5fTM1a90917157078aB5fTM1

http://www.repubblica.it/esteri/2017/05/23/news/incontro_trump_abu_mazen-166172839/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P4-S1.8-T1

http://english.wafa.ps/page.aspx?id=yb3cmga90914301819ayb3cmg

http://english.wafa.ps/page.aspx?id=wkoUZza90912398313awkoUZz

https://www.maannews.com/Content.aspx?id=777240

http://www.assopacepalestina.org/2017/05/lettera-al-presidente-trump-dalle-famiglie-dei-prigionieri/

https://www.maannews.com/Content.aspx?id=777366

 

III – Il gabinetto israeliano si riunisce sotto alla Moschea

Il 28 maggio Benjamin Netanyahu ha creduto bene di tenere la riunione settimanale del gabinetto di sicurezza israeliano in un tunnel sotterraneo nei pressi del Muro del Pianto. Lo ha fatto per celebrare il 50esimo anniversario della Guerra dei Sei Giorni e dell’occupazione dei Territori Palestinesi, compresa Gerusalemme Est. In questa occasione, il Premier israeliano ha confermato la sua intenzione di costruire una funivia che collegherà Gerusalemme Ovest alla Città Vecchia, e ha annunciato il progetto di imporre il piano dell’offerta formativa valido per le scuole israeliane anche a quelle palestinesi, garantendo incentivi economici agli istituti che lo adotteranno.

Immediata la reazione della leadership palestinese. Secondo il Segretario Generale del Comitato Esecutivo dell’OLP, Saeb Erekat, si è trattato di una provocazione: “Il governo israeliano ha deciso di celebrare i 50 anni di occupazione e l’inizio del mese islamico del Ramadan inviando al popolo palestinese un chiaro messaggio, ossia che le violazioni sistematiche dei suoi diritti sono destinate a continuare”. Con queste azioni – ha affermato invece il Ministero degli Esteri palestinese – Israele “mira ad ebraicizzare” Gerusalemme Est, “minando alla base ogni speranza per una pace basata sulla soluzione dei due Stati”. Per questo, il ministero ha fatto appello al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite affinché costringa Israele a bloccare i suoi progetti di “espansione dei rioni ebraici a Gerusalemme Est”. Anche il Consiglio Nazionale Palestinese (PNC) ha espresso una dura condanna dell’accaduto, rivolgendosi non solo alle Nazioni Unite, ma anche all’Unione Interparlamentare e alle associazioni parlamentari euro-mediterranea, asiatica, islamica ed araba, perché costringano Israele a rispettare i principi del diritto internazionale, la Convezione di Ginevra e le decisioni dell’UNESCO. A queste voci si è unita quella della Coalizione Civica per i Diritti Palestinesi a Gerusalemme, secondo la quale le pretese di Netanyahu e del suo governo sono molto pericolose e chiaramente volte alla completa “annessione e israelizzazione” di Gerusalemme.

Ad assecondare le intenzioni di Tel Aviv, sembra che la Knesset israeliana e il Congresso statunitense abbiano già deciso di celebrare congiuntamente la cosiddetta “riunificazione di Gerusalemme”, con un collegamento video in diretta dai due parlamenti e la partecipazione delle più alte cariche dello Stato. Lo ha riferito il quotidiano israeliano Jerusalem Post, sottolineando che una commemorazione del genere potrebbe rappresentare un tacito riconoscimento da parte della Casa Bianca di tutta Gerusalemme come capitale israeliana.

Vedi:

http://english.wafa.ps/page.aspx?id=h1UmV0a90963792975ah1UmV0

https://www.maannews.com/Content.aspx?id=777359

http://www.petra.gov.jo/Public_News/Nws_NewsDetails.aspx?lang=2&site_id=1&NewsID=304290&Type=P

http://www.ansamed.info/ansamed/it/notizie/stati/palestina/2017/05/29/mo-anp-israele-ebraicizza-gerusalemme-est-mina-pace_7516d6e4-4985-42c7-b433-000734bf6ffe.html

http://www.jpost.com/Israel-News/Netanyahu-Trump-in-joint-Knesset-Congress-event-for-50-years-of-united-Jerusalem-494138

IV – La perseveranza del Campo di Sarura

A Sud di Hebron, in Cisgiordania, c’è un “Campo della Perseveranza e della Libertà”, il Sumud Freedom Camp (“sumud” in arabo vuol dire “perseveranza”), a Sarura, allestito un paio di settimane fa da un gruppo composto da circa 300 palestinesi, ebrei israeliani e della diaspora, che  hanno unito le loro forze a quelle delle famiglie originarie del piccolo villaggio, per rendere Sarura di nuovo abitabile e “riportarci la popolazione palestinese” espulsa dalle forze armate israeliane tra il 1980 e il 1998. Secondo uno studio dell’Istituto di ricerca Arij di Gerusalemme, lo spopolamento del villaggio è stato causato dagli ordini militari e dalle continue minacce e aggressioni dei coloni. Una situazione, quella di Sarura, che rispecchia quella di molti altri villaggi e paesi dell’Area C (più del 60% della Cisgiordania), sotto il controllo d’Israele, dove i palestinesi possono costruire soltanto con il permesso israeliano (che arriva raramente). Le politiche implementate da Tel Aviv nella zona sono state duramente criticate dall’Ufficio delle Nazioni Uniti per il Coordinamento degli Affari Umanitari (Ocha), che ha accusato Israele di aver dichiarato “terra statale” migliaia di ettari di territorio palestinese, senza averne alcun diritto e al solo scopo di riservarli allo sviluppo dei suoi insediamenti.

Lo spopolamento di Sarura è stato poi accelerato nel 1999, quando Israele ha dichiarato l’area “firing zone” (zona militare per le esercitazioni dell’esercito), evacuando gli abitanti originari che vivevano nelle grotte in collina. Accusate per il trasferimento della popolazione autoctona, le autorità israeliane si erano difese sostenendo che le famiglie in questione erano soltanto “residenti stagionali” – non “permanenti” – e si trovavano dunque “illegalmente” su quel territorio.

Con lo stesso accanimento, le forze di occupazione si sono scagliate contro il “Campo della Perseveranza e della Libertà”, a cui stavano lavorando due gruppi di ebrei contro l’occupazione – il “Centro per la nonviolenza ebraica” e “Tutto ciò che è rimasto” – insieme a due organizzazioni palestinesi che promuovono la resistenza nonviolenta – Youth Against Settlements (YAS) e Holy Land Trust – oltre ai Combattenti per la pace, un gruppo di pacifisti palestinesi e israeliani. A loro si erano uniti circa 130 attivisti politici e sociali delle comunità ebraiche all’estero – prevalentemente negli Stati Uniti – per una iniziativa prevista per il 50° anniversario dell’occupazione israeliana.

Il coordinatore di YAS, Issa Amro, ha raccontato che l’esercito israeliano è entrato nel campo la mattina del 25 maggio verso le 10, rimuovendo una tenda che era stata riposizionata dopo il blitz di alcuni giorni prima e confiscando il materiale di costruzione. Tra le vittime dell’aggressione, un palestinese di 55 anni di Sarura è stato trasportato in ospedale per essere curato.

Amro ha accusato i soldati di aver “intimidito” sia gli attivisti sia i bambini palestinesi presenti, ordinando loro di non continuare ad operare nell’area. Una richiesta caduta nel vuoto, perché le attività del campo continueranno “finché le famiglie non ritorneranno al loro villaggio e tutti i palestinesi potranno vivere al sicuro nelle loro case”. Nonostante il 29 maggio si sia già consumata una terza incursione violenta da parte dell’esercito israeliano.

Vedi:

http://nena-news.it/territori-occupati-irruzione-esercito-israeliano-nel-campo-di-protesta-di-sarura/

https://palestinaculturaliberta.wordpress.com/2017/05/30/sumud-freedom-camp/

http://www.haaretz.com/israel-news/.premium-1.792000

https://www.generosity.com/community-fundraising/sumud-freedom-camp-a-right-to-stay/

https://sumudcamp.org/who-we-are-81557e970ef8

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