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Newsletter No 69 – 9/6/2017

“In questa occasione infausta, chiediamo al mondo libero di agire con coraggio per porre termine all’Occupazione più lunga ed ultima rimasta al mondo e per consentire al nostro popolo indifeso di ottenere i propri legittimi diritti”

La Presidenza dello Stato di Palestina, 5 giugno 2017

Indice:

  1. 50 anni di Occupazione
  2. L’ultima di Trump su Gerusalemme
  3. Israele va avanti con gli insediamenti
  4. A Tel Aviv manifestazione di dissenso contro l’Occupazione

 

I – 50 anni di Occupazione

Intorno al 5 giugno, sono stati in molti in Italia, all’estero e soprattutto in Palestina, a voler ricordare come siano ormai trascorsi 50 anni dall’Occupazione, da parte di Israele, della Cisgiordania compresa Gerusalemme Est e di Gaza –  evacuata nel 2005 al prezzo di trasformarla in una prigione a cielo aperto e di riversare i coloni israeliani ivi residenti sul resto dei Territori Occupati.

Tra i commenti sulla situazione attuale e sull’illecito prolungarsi di quella che nel lontano 1967 è stata presentata come “un’occupazione temporanea”, scaturita dall’esito bellico della Guerra dei Sei Giorni e giustificata da presunti motivi di sicurezza per lo Stato di Israele, quello del Segretario Generale del Comitato Esecutivo dell’OLP, Saeb Erekat, sottolinea come questo anniversario rappresenti “una vergogna per il sistema internazionale”.

Secondo Erekat, era chiaro fin dall’inizio che l’obiettivo dell’aggressione israeliana non avesse nulla di “temporaneo” ma seguisse “una strategia di insediamento coloniale volta a prendere quanta più terra e risorse naturali palestinesi possibili”. Il brutto è che “in spregio ai propri obblighi secondo il diritto internazionale e le risoluzioni ONU, Israele negli ultimi 50 anni ha rafforzato le sue politiche coloniali”. Ma questo, purtroppo, non ha sortito alcuna sanzione da parte della comunità internazionale. Anzi, “ci sono Paesi che continuano a premiare l’occupazione israeliana della nostra terra: Paesi che hanno scambi commerciali con gli insediamenti e le cui aziende traggono profitto dall’impresa degli insediamenti”, mentre Tel Aviv “nega sistematicamente i nostri diritti fondamentali, compreso il nostro diritto alla libertà e all’autodeterminazione”.

Da troppo tempo aspettiamo che le risoluzioni dell’ONU – compresa la 2334 del Consiglio di Sicurezza che il 23 dicembre scorso ha rinnovato la condanna degli insediamenti – siano applicate. Da troppo tempo aspettiamo che i Paesi che non hanno ancora riconosciuto lo Stato di Palestina sui confini del 1967 con Gerusalemme Est capitale, lo facciano. “Com’è possibile”, si chiede Erekat, “che gli stessi Paesi che condannano gli insediamenti continuino a commerciare con loro? Chiediamo la totale messa al bando dei prodotti degli insediamenti e vogliamo che le Nazioni Unite pubblichino il prima possibile la lista delle aziende che si arricchiscono con l’occupazione coloniale israeliana del nostro Paese. Non chiediamo semplicemente alla comunità internazionale di agire: chiediamo a ciascun membro della comunità internazionale di assumersi le proprie responsabilità legali e di smettere di collaborare con l’occupazione israeliana”.

Vedi:

https://www.nad.ps/en/media-room/press-releases/plo-secretary-general-dr-saeb-erekat-marking-50-years-israeli-occupation

http://www.haaretz.com/israel-news/six-day-war-50-years/1.793085

http://elpais.com/agr/aniversario_ocupacion_palestina/a/

http://www.repubblica.it/super8/2017/06/05/news/i_sei_giorni_che_cambiarono_il_mondo-167294911/

https://www.theguardian.com/world/2017/may/16/the-real-reason-the-israel-palestine-peace-process-always-fails

https://www.internazionale.it/opinione/gideon-levy/2017/06/05/cinquant-anni-occupazione-palestinesi

https://www.avvenire.it/mondo/pagine/israele-guerra-dei-sei-giorni-giugno-1967

http://english.wafa.ps/page.aspx?id=V2YfpDa91047547239aV2YfpD

http://english.wafa.ps/page.aspx?id=J9XSfea91048498992aJ9XSfe

http://english.wafa.ps/page.aspx?id=LNdbBva91033270944aLNdbBv

http://english.wafa.ps/page.aspx?id=LNdbBva91025656920aLNdbBv

http://english.wafa.ps/page.aspx?id=LNdbBva91017091143aLNdbBv

 

II – L’ultima di Trump su Gerusalemme

Nonostante la propaganda elettorale e le pressioni ricevute da più parti, Donald Trump ha deciso di non comportarsi diversamente dai suoi predecessori e con una nota inviata al Segretario di Stato ha stabilito che “al fine di proteggere gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, è necessario sospendere per un periodo di (altri) sei mesi” il “Jerusalem Embassy Act” approvato dal Congresso USA nel 1995 e secondo il quale Gerusalemme, “città indivisa”, avrebbe dovuto essere riconosciuta come “capitale dello Stato di Israele”, con conseguente trasferimento dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme. Il “trasloco” sarebbe dovuto avvenire entro il 31 maggio 1999. Da allora, però, è stato sistematicamente rinviato con un preciso intervento, due volte l’anno, del Presidente USA in carica: il Presidential Waiver che Donald Trump ha sottoscritto il 1 giugno motivandolo con il desiderio di “favorire i negoziati di pace tra Israele e i palestinesi”.

Come c’era da aspettarsi, il Premier israeliano Benjamin Netanyahu ha espresso la propria “delusione” per tale scelta, mentre il portavoce del Presidente Abu Mazen ha ammesso che si tratta effettivamente di “un passo positivo e importante che migliorerà le possibilità di raggiungere la pace”.

Vedi:

https://www.whitehouse.gov/the-press-office/2017/06/01/presidential-memorandum-secretary-state

https://www.theguardian.com/us-news/2017/jun/01/trump-waives-law-requiring-us-to-move-embassy-to-jerusalem

https://www.avvenire.it/mondo/pagine/ambasciata-usa-a-gerusalemme

III – Israele va avanti con gli insediamenti

Dopo il via libera dato dall’Amministrazione Civile a fine maggio, anche la Commissione per l’Edilizia del Ministero della Difesa israeliano ha approvato i lavori per 102 case ad Amichai, un nuovo insediamento israeliano in Cisgiordania. Non si tratta infatti di espandere, come di consuetudine, un insediamento già esistente, ma, per la prima volta da 20 anni a questa parte, di costruirne uno dal nulla. Questo rappresenta un fatto gravissimo, non solo perché aumenta la quantità di terreni palestinesi confiscati dagli israeliani, ma perché dimostra ancora una volta come il governo di Netanyahu agisca spudoratamente al di sopra delle leggi e risoluzioni internazionali che vietano questi insediamenti.

Amichai – che sorgerà tra gli insediamenti di Shiloh ed Eli a Nord di Ramallah – è destinato ai residenti di Amona, uno dei tanti avamposti illegali israeliani costruiti su terreni di privati cittadini palestinesi, che però, contrariamente agli altri e nonostante la Legge di regolarizzazione degli avamposti illegali approvata dalla Knesset il 6 febbraio, è finalmente stato evacuato proprio a febbraio perché per troppo tempo nell’occhio del ciclone.

La “compensazione” di Amichai conferma come la politica israeliana degli insediamenti proceda speditamente. E’ infatti parte di un piano complessivo, già deciso ma finora congelato, per circa 2.600 nuove case per i coloni in Cisgiordania.

L’approvazione finale del nuovo insediamento di Amichai è stata resa nota da “Arutz Sheva” (Canale 7), emittente del movimento dei coloni. Per la piena realizzazione del progetto manca solo la progettazione definitiva. I residenti dell’avamposto illegale di Amona – ai quali è destinato il nuovo complesso secondo gli impegni presi dal governo di Benjamin Netanyahu nel febbraio scorso – fino ad ora hanno vissuto nei vicini insediamenti di Ofra e Shiloh, sempre in Cisgiordania. Un loro portavoce – citato da “Arutz Sheva” – ha detto che la comunità è “lieta per l’autorizzazione data all’inizio dei lavori, anche se per ora si tratta solo delle infrastrutture e non della costruzione vera e propria degli edifici stessi”.

Per quanto riguarda il piano complessivo delle 2.600 case (di cui fa parte Amichai), si tratta in gran parte di progetti negli insediamenti maggiori (ma non solo) che erano stati finora congelati per varie ragioni, non ultima la recente visita in Israele del presidente Usa Donald Trump.

Nei mesi scorsi si erano levate molte voci critiche rispetto a questo programma di espansione. Già a dicembre, l’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem aveva denunciato apertamente che “lo Stato israeliano aiuta i coloni ad operare come un meccanismo di espropriazione dello spazio palestinese”. A marzo, invece, Hanan Ashrawi, Membro del Comitato Esecutivo dell’OLP, ha dichiarato che questo piano “prova come Israele sia più attento a placare i suoi coloni illegali che a rispettare i requisiti necessari per la stabilità e la pace”, mentre ad aprile l’associazione pacifista israeliana Peace Now ha detto che il governo di Tel Aviv sta semplicemente “prendendo in giro la comunità internazionale”.

Ciò non può più sorprendere, se pensiamo che l’Autorità Israeliana per la Terra (ILA) si permette di bandire apertamente la vendita di “terreni statali” in Cisgiordania senza averne alcun diritto, come recentemente denunciato da Adalah, il Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba.

Vedi:

http://english.wafa.ps/page.aspx?id=bfCn6ba90941902656abfCn6b

https://www.maannews.com/Content.aspx?id=777370

http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4972264,00.html

http://english.wafa.ps/page.aspx?id=3V5og4a91045643733a3V5og4

http://www.ansamed.info/ansamed/it/notizie/stati/palestina/2017/06/08/mo-da-israele-nuovo-insediamento-in-cisgiordania_c82418d2-af18-418a-a3c0-bea1120f1ea0.html

IV – A Tel Aviv manifestazione di dissenso contro l’Occupazione

Nel 50° anniversario della Guerra dei Sei Giorni, il movimento pacifista israeliano Peace Now ha indetto in Piazza Rabin, a Tel Aviv, una manifestazione per chiedere una volta di più la fine dell’Occupazione israeliana dei Territori Palestinesi e un accordo di pace definitivo.

Alla manifestazione, intitolata “Due Stati, un’unica speranza”, hanno aderito tutti i partiti dell’opposizione parlamentare di sinistra presenti nella Knesset e almeno 30 mila persone, secondo gli organizzatori.

Fra gli interventi delle personalità politiche, oltre a quello del leader laburista Isaac Herzog, è stato inserito quello registrato del Presidente Abu Mazen, secondo il quale ”l’unico modo per mettere fine al conflitto e al terrorismo nella Regione e nel mondo è la realizzazione della soluzione dei due Stati lungo le linee del 1967, con la Palestina accanto a Israele”.

Alla manifestazione hanno partecipato anche artisti locali di spicco, fra cui le cantanti Noa e Alma Zohar.

Vedi:

http://www.globalist.it/world/articolo/1001002/stop-occupazione-della-palestina-l039israele-pacifista-in-piazza.html

http://www.interris.it/2017/05/28/120766/cronache/mediterraneo/tel-aviv-in-30mila-al-raduno-pacifista-il-messaggio-di-abu-mazen.html

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