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Checkpoint

I CHECKPOINT2

Nei termini dell’Accordo sul Movimento e l’Accesso siglato nel novembre del 2005, Israele dovrebbe “facilitare il movimento della gente e delle merci all’interno della Cisgiordania e minimizzare gli ostacoli alla vita dei palestinesi”. Questo è un dovere di Israele in quanto forza occupante. Invece, la Cisgiordania è ancora piena di checkpoint (hawajez).

Cosa sono?

Questi “impedimenti fisici” sono operativi dal 1967. In teoria dovrebbero proteggere Israele, ma non sono stazionati solo sulla frontiera tra Israele e la Cisgiordania, anzi, la maggior parte di essi è sparsa per tutta la Cisgiordania, separando le comunità palestinesi e rendendo l’accesso a città e villaggi quasi impossibile.

I checkpoint non sono tutte postazioni militari permanenti gestite da soldati israeliani. Molti sono posti di blocco per impedire il transito, consistenti in transenne di metallo, mucchi di terra o barricate di cemento. Ci sono anche “checkpoint volanti”, che sono barriere temporanee erette a discrezione degli ufficiali israeliani al comando.

Il percorso

Quando i palestinesi viaggiano per lavoro o per motivi di salute devono prendere in conto il tempo che ci vuole a passare i checkpoint. Guidare attraverso i checkpoint senza una targa d’auto israeliana può diventare un gioco d’azzardo dato che può prendere una enorme quantità di tempo prima che il controllo dei documenti e la perquisizione del veicolo venga completata, col risultato solito di lunghe code. Pertanto la maggior parte dei palestinesi sceglie di prendere un autobus per il checkpoint, attraversarlo a piedi e prendere un altro autobus dall’altra parte.12 Bambini palestinesi fermati ad un Check point (1)

Dato che i checkpoint sono diventati un’inevitabile routine della vita palestinese, essi forniscono ai venditori palestinesi delle posizioni che garantiscono che le loro merci sia esposte a un’alta concentrazione di consumatori palestinesi. Migliaia di pendolari palestinesi sono costretti a fare un tragitto segnato dai checkpoint, e ciò apre un nuovo mercato per questi venditori. Su queste bancarelle si trova di tutto, dalla frutta alla verdura, scarpe, giocattoli, bevande, e uccelli canterini.

Il pendolare palestinese deve aspettare in fila fino a che una luce verde gli dia il permesso di passare attraverso una porta girevole al metal detector. Una volta passato attraverso il metal detector, deve rispondere ad alcune domande e presentare la propria specifica carta di identità, un eventuale permesso di lavoro israeliano, o il passaporto (nel caso si tratti di stranieri). Se i documenti di qualcuno non vengono giudicati sufficienti per i requisiti del viaggio, la persona respinta viene scortata da un soldato israeliano fuori dal checkpoint.

I coloni della Cisgiordania non devono passare attraverso i checkpoint. A loro viene consegnato un permesso stradale esclusivo, che collega gli insediamenti a Israele.

Incidenti ai checkpoint

I checkpoint sparsi per tutta la Cisgiordania influiscono negativamente sui palestinesi e sul loro modo di vivere in diverse maniere. L’economia e il commercio ne stanno soffrendo, l’istruzione è in un pericoloso stato di declino, e le famiglie sono divise, ma questi problemi sono superati dalle ingiustizie assai più gravi che si verificano quasi quotidianamente ad ogni checkpoint. Vere e palestiniankcheckpointproprie violazioni dei diritti umani che vanno dalle percosse, all’essere costretti a bere detersivo, al subire umilianti perquisizioni a corpo completamente nudo.

In particolare, B’Tselem (l’organizzazione israeliana per i diritti umani) e Palestine Monitor hanno condannato duramente il fatto che molti malati, donne incinte e neonati palestinesi siano morti per essere stati fermati o ritardati ai checkpoint mentre venivano condotti in ospedale. Questo quando i checkpoint non vengono chiusi del tutto, all’improvviso.

Il massimo della violenza e del sopruso si verifica però quando i soldati aprono addirittura il fuoco contro cittadini i palestinesi che transitano senza rappresentare nessun pericolo. E a partire dall’ottobre 2015, queste uccisioni immotivate e a sangue freddo presso i checkpoint sono decisamente aumentate.

Questa sorta di inumano trattamento della popolazione occupata è la completa antitesi di come una potenza occupante dovrebbe agire verso le persone sotto occupazione.

I checkpoint non solo aumentano il tempo necessario perché i bambini arrivino a scuola ma li scoraggiano anche ad andare a scuola. Palestine Monitor riferisce che i bambini sono vittime di insulti, percosse e disprezzo da parte dei soldati israeliani. Come risultato di questa intimidazione sempre più bambini abbandonano la scuola o rimandano il completamento della loro istruzione.

Questi impedimenti fisici agiscono anche come strumenti piuttosto efficaci per impedire che i membri di una famiglia possano vedersi. Non c’è possibilità di transito tra Cisgiordania e Striscia di Gaza. Se un individuo ha un documento di identità della Cisgiordania, non sarà ammesso a Gerusalemme e di conseguenza in Israele. I soldati israeliani si riservano anche il diritto di rifiutare l’accesso agli individui che essi non credono posseggano la giusta documentazione per entrare in certe città della Cisgiordania e in alcuni checkpoint nella Cisgiordania bisogna avere una certa età per poter passare.

Palestine Monitor riferisce che data l’emergenza dei checkpoint e la loro ben nota difficoltà di attraversamento per ottenere cure mediche, i palestinesi ora ricevono in media pochi controlli, vaccinazioni, ed assistenza pre- o post-natale, con il 14% delle donne in attesa che preferiscono partorire in casa (prima erano l’8,2%) piuttosto che rischiare di danneggiare sé stesse e i loro bambini cercando di passare attraverso i checkpoint.

Costi operativi

Questi strumenti altamente invasivi ed elaborati per controllare le abitudini di viaggio dei palestinesi, distribuiti a centinaia per tutta la Cisgiordania, hanno ovviamente i loro costi. Ma secondo un’evidente scelta politica, Israele è più preoccupato a spendere denaro, tempo e risorse difendendo coloni e soldati dei checkpoint, che a evacuarli progressivamente verso una funzionale soluzione a due Stati. A dispetto delle promesse retoriche che si leggono sulla stampa, i diversi governi stanno ulteriormente consolidando la posizione piuttosto che iniziando movimenti di ritiro.

Israele, poi, è una voce prevista nel bilancio USA, che assegna a questo Stato circa tre miliardi di dollari l’anno in trasferimenti e prestiti. Questo denaro serve anche per “migliorare” l’efficacia dei checkpoint attraverso l’installazione di tecnologici scanner a raggi x e speciali congegni per rilevare esplosivi. Non a caso l’organizzazione israeliana Peace Now ha criticato duramente questi investimenti, sottolineando che l’attuale amministrazione americana, a parole, “si oppone a spendere dollari a sostegno dell’attività di insediamento di Israele e della perpetuazione dell’occupazione di Israele nella Cisgiordania”.

Diritto internazionale e diritti umani

L’articolo 33 della IV Convenzione di Ginevra dice che “un governo occupante non può usare la punizione collettiva o l’intimidazione contro la popolazione occupata”.

In base ai diritti umani il governo occupante deve assicurare la libertà di movimento e una vita per quanto possibile normale alla popolazione del territorio occupato.

In base al diritto internazionale l’occupazione della Palestina è illegale, come lo è stabilimento di insediamenti sul territorio occupato.

I CHECKPOINTIn completo contrasto con ciò, Human Rights Watch, già nel 2005, ha dichiarato che i checkpoint costituivano un “sistema di punizione collettiva, anche in diretta violazione degli obblighi di Israele, in quanto potenza occupante, a garantire il benessere della popolazione sotto controllo”. Palestine Monitor vede il sistema dei checkpoint come uno strumento per “giudaizzare e rendere irreversibile l’occupazione da parte di Israele” come anche per umiliare i palestinesi con checkpoint che agiscono per ricordare costantemente l’occupazione.

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