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Festa della donna – 6/3/2017

Care Signore e cari Signori,

Eccellenze della rappresentanza diplomatica e italiana,

Autorità religiose,

Fratelli e, soprattutto, Sorelle,

E’ un grande piacere per me celebrare la Festa della Donna con voi quest’anno. Siamo in anticipo di due giorni ma siamo qui, insieme, e questo è molto importante, per me e per tutto il popolo palestinese. E’ importante essere nell’Ambasciata dello Stato di Palestina, così come è stato riconosciuto dalle Nazioni Unite, da 138 Stati, da diversi parlamenti tra cui quello italiano, e, recentemente, dal Vaticano. E’ importante che voi siate con noi, i palestinesi, perché abbiamo un grande bisogno della comunità internazionale che rappresentate e c’è specialmente bisogno del contributo delle donne. Tutte noi sappiamo quanto siano importanti le donne in ogni processo di pace. Le donne si sono sempre espresse contro la guerra.

Ed è proprio sul duro lavoro delle donne palestinesi che vorrei condividere qualche pensiero con voi. Dall’inizio della Rivoluzione Palestinese, nel 1965, le donne hanno svolto un ruolo cruciale nella vita sociale, politica e militare della Palestina.

Insieme a molte altre donne coraggiose in un mondo di conflitti, le donne palestinesi sono state capaci di prendere in mano la situazione quando si è trattato di difendere i propri diritti e quelli del loro popolo. Oggi, le donne sono il pilastro dei Comitati Popolari di Resistenza, che combattono giorno dopo giorno una lotta nonviolenta per la liberazione della Palestina. Non è esagerato dire che questi Comitati raccolgono in sé alcuni aspetti tipici del pensiero delle donne, come l’idea che per essere radicali non c’è bisogno di essere violenti, c’è bisogno di andare alla radice delle cose e di usare la forza delle nostre idee. Così, per porre termine all’occupazione, la conoscenza, l’informazione e il sostegno internazionale sono più utili delle armi.

Eppure, le donne palestinesi vengono continuamente arrestate, anche da bambine, e muoiono uccise per mano dell’esercito israeliano: al momento ve ne sono più di 50 – di cui 12 minorenni – nelle carceri israeliane, e nel 2016 su 112 palestinesi uccisi, 12 erano donne. Sono donne, poi, quelle che, con i mariti e figli morti o in carcere, con le proprie case spesso demolite in segno di punizione collettiva, continuano a resistere per esistere.

Sicuramente c’è ancora molto da fare, in Palestina e nel resto del mondo, per essere sullo stesso piano degli uomini. Tuttavia, le donne palestinesi sono state capaci tenere insieme i loro due obiettivi principali – la libertà dall’occupazione e la propria emancipazione – senza sacrificare l’uno all’altro. Così facendo, non solo hanno saputo dare una lezione ai loro uomini; sono state anche in grado di lanciare un importante messaggio da una terra devastata ai Paesi più avanzati del mondo: chi lotta per i propri diritti lotta per i diritti di tutti, e chi lotta per i diritti di tutti lotta anche per i propri.

Ne sono un chiaro esempio molte donne. Ricordo, tra le combattenti storiche, Firial Salem, che durante un’azione perse il suo occhio sinistro. A un soldato israeliano che deridendola le chiedeva se avrebbe mai avuto il coraggio di guardarsi di nuovo allo specchio, rispose: “Da quest’occhio di vetro posso vedere di più, più chiaramente, cose più belle”. Oppure Rasmeah Odeh, arrestata nel 1969, incarcerata per 10 anni e liberata nel 1980 in seguito a uno scambio di prigionieri: ha testimoniato davanti alle Nazioni Unite di essere stata vittima di torture. E Abla Taha, una giovane maestro di Gerusalemme, arrestata nel 1968 quando era incinta. Picchiata ferocemente, fu rinchiusa in una cella insieme a sei prostitute israeliane che le furono aizzate contro dalle guardie, strappandole i vestiti e lasciandola completamente nuda.

Ma ricordo anche che una maestra di oggi, Hanan Al-Hroub, amica di questa ambasciata, è la maestra più brava del mondo, tanto da vincere il Global Teacher Prize 2016. Era il 13 marzo dell’anno scorso quando Papa Francesco annunciò il suo nome spiegando che la maestra palestinese aveva meritato il premio “per l’importanza che aveva saputo dare al ‘gioco’ come parte fondamentale dell’educazione dei bambini” costretti a subire i traumi e le violenze che porta con sé l’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi.

E proprio alla figura di un’insegnante è ispirato l’ultimo lavoro di un’altra grande donna palestinese, Mai Masri, acclamata documentarista i cui film hanno ricevuto oltre 60 premi internazionali, considerata una pioniera. Masri ha iniziato la sua carriera quando quasi nessuna donna palestinese lavorava nel cinema, spronando il coinvolgimento femminile in questa attività al punto che oggi il 50% dei film girati in Palestina sono stati realizzati da donne. Presenteremo il suo 3000 Nights – la storia vera di un’insegnante palestinese, appena sposata, che viene ingiustamente arrestata e rinchiusa in una prigione israeliana, dove darà alla luce un figlio e lotterà per crescerlo dietro le sbarre – mercoledì 15 marzo alle ore 20:30 al Teatro Palladium in Roma, dove siete tutti invitati.

Lasciatemi concludere mandando, a nome di noi tutte qui riunite, un saluto a tutte le donne del mondo, ma specialmente a quelle che si trovano in Paesi in conflitto e in situazioni di sofferenza; alle donne che lavorano per la pace; alle donne di Gaza, della Cisgiordania e di Gerusalemme; a quelle nei campi profughi e nella diaspora; alle donne prigioniere; a quelle di noi che sono in Siria, in Libano, in Iraq, in Libia, in Yemen, in Tunisia, in tutti i Paesi arabi e in tutto il mondo.

Buona serata a voi, benvenute e benvenuti in Palestina.

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