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Newsletter No 71 – 28/6/2017

“Purtroppo il nostro checkpoint non è famoso come il checkpoint Charlie, e il mondo se ne disinteressa”

Ahmed, checkpoint Qalandiya

Indice:

  1. Londra contro gli insediamenti
  2. L’arroganza dei coloni
  3. La prepotenza dell’esercito israeliano
  4. A proposito di boicottaggi

 

I – Londra contro gli insediamenti

Il Ministro degli Esteri della Gran Bretagna, Boris Johnson, lo scorso 14 giugno ha condannato l’annuncio di Israele riguardante la costruzione di più di 3.000 unità abitative per i coloni in Cisgiordania.

In particolare, Johnson ha ricordato che “gli insediamenti sono illegali secondo il diritto internazionale e non portano alla pace. Questa impennata nelle attività degli insediamenti rende la soluzione dei due Stati (…) più difficile da raggiungere”.

Vedi:

http://english.wafa.ps/page.aspx?id=XXHZTna91097990148aXXHZTn

 

II – L’arroganza dei coloni

I coloni degli insediamenti israeliani non si limitano a vivere illegalmente su terre sottratte alla

Palestina, alcuni di loro cercano in tutti i modi di rendere la vita impossibile ai “vicini” palestinesi affinché questi rinuncino anche a quel poco di spazio che gli rimane.

Uno dei metodi di dissuasione più comuni consiste in raid contro i villaggi palestinesi durante i quali i coloni, scortati dall’esercito israeliano, prendono semplicemente a sassate gli abitanti in modo tale da spaventarli. E’ accaduto, a più riprese, lo scorso mese di aprile a Urif, un villaggio di tremila abitanti a una dozzina di chilometri da Nablus, contro cui si sono scagliate decine di coloni provenienti dal vicino insediamento di Yitzhar e famosi per non tirarsi

indietro di fronte all’uso di armi da fuoco.

Ispirandosi ad una pratica che da sempre guida l’azione dei diversi governi di Israele, anche i coloni giustificano queste aggressioni “per motivi di sicurezza”, sostenendo che gli agricoltori di Urif che cercano di raggiungere i propri campi non dovrebbero passare all’interno di una zona che loro considerano come “un’area di sicurezza” dell’insediamento. In realtà, i terreni a ridosso delle colonie – spesso incolti perché i proprietari non riescono più a raggiungerli – vengono prima dichiarati “beni demaniali” dall’Amministrazione civile israeliana e, qualche tempo dopo, resi disponibili per l’espansione delle colonie. Ne sanno qualcosa i villaggi di Sinjil, Al-Lubban ash-Sharqiya, Qariut e as-Sawiya, che si sono visti portare via nelle scorse settimane 250 ettari di terra “incolta”.

Un altro metodo utilizzato dai coloni per scoraggiare la presenza dei palestinesi in Palestina è quello di scaricargli addosso le loro fogne. Lo hanno fatto, recentemente, gli abitanti dell’insediamento di

Beit El, costruito illegalmente a nord di Ramallah, inondando il campo profughi di Jalazoun e distruggendo, in questo modo, il raccolto dei campi circostanti, per non parlare dell’impatto ambientale e delle conseguenze che un’azione del genere può avere sulla salute degli abitanti.

A dimostrazione del fatto che l’esercito israeliano non solo non fa nulla per evitare questi soprusi, ma ne commette di peggiori, i cittadini di Beit Tamar, a Est di Betlemme, lo scorso mese di aprile hanno denunciato che sono stati proprio i militari della base stazionata su una collina in cima al loro villaggio a riversare le proprie fogne sui terreni coltivati a ulivo. Non era la prima volta, se è vero che i cittadini palestinesi proprietari dei campi hanno depositato da tempo ma senza successo una denuncia contro la base militare, che è lì dal 2002.

Vedi:

http://english.wafa.ps/page.aspx?id=0dVkd6a75447363816a0dVkd6

http://english.wafa.ps/page.aspx?id=HzrScZa77349918063aHzrScZ

http://english.pnn.ps/2017/06/24/settlers-attack-palestinian-land-south-of-nablus/

III – La prepotenza dell’esercito israeliano

C’è un luogo, in Palestina, dove l’esercito israeliano concentra molta della sua prepotenza e dove si commettono quotidianamente orribili vessazioni ai danni dei cittadini palestinesi che, spesso, in questo luogo, trovano la morte. E’ il checkpoint Qalandiya, il posto di blocco attraverso il quale Israele controlla le entrate e le uscite della popolazione palestinese da quella che i palestinesi vorrebbero giustamente riconosciuta come capitale del loro Stato: Gerusalemme Est.

Circa 26.000 palestinesi passano attraverso Qalandiya ogni giorno, a piedi, in macchina o in autobus, subendo spesso lunghi interrogatori per la verifica dei permessi. Inoltre, quando i soldati israeliani decidono di chiudere il checkpoint, nessuno può più andare o venire, e questo accade molto frequentemente.

Tra le decine di punti di controllo lungo le centinaia di chilometri del Muro dell’Apartheid, Qalandiya è il più importante e gestisce ogni giorno un terzo di tutti i movimenti dei palestinesi dentro e fuori dalla Cisgiordania. Questo checkpoint risale al 2002, quando le forze di occupazione cominciarono a costruire una barriera lunga 700 chilometri di muro e recinzioni in calcestruzzo per separare la Cisgiordania da Gerusalemme e da Israele. Solo una parte della barriera segue la “linea verde” che demarca il confine del 1967. In molte aree il Muro si estende attraverso i villaggi palestinesi, soprattutto intorno a Gerusalemme e nelle aree ricche di fonti d’acqua. Alto 8 metri, in alcuni tratti circondato da fossati, il Muro è protetto da reti di filo spinato e torri di controllo poste ogni 300 metri. Lungo il suo tracciato sono state costruite strade di aggiramento riservate ai coloni, una quarantina di valichi agricoli e molti checkpoint simili a quello di Qalandiya.

Nel luglio 2004, la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia ha condannato l’illegalità del Muro, denunciando che: “L’edificazione del Muro che Israele, potenza occupante, sta costruendo nel Territorio Palestinese Occupato – ivi compresi gli interni e i dintorni Gerusalemme Est – nonché il regime che a questo Muro è associato, sono contrari al diritto internazionale”.

Le prevaricazioni legate al blocco degli ingressi a Gerusalemme si sono fatte particolarmente odiose negli scorsi giorni del Ramadan, nonostante la promessa delle autorità israeliane di consentire ai palestinesi di recarsi a pregare nella Moschea di Al-Aqsa tutti i venerdì. Per via di pretestuosi limiti di età, che non lasciavano entrare in città gli uomini sotto ai 40 anni e i bambini sopra ai 12 anni, in molti, dopo lunghe ore di viaggio ed altrettante ore di attesa, si sono visti l’accesso impedito.

Si tratta, evidentemente, di un abuso di potere da parte delle forze di occupazione che, con il pretesto della “sicurezza”, si permettono di scandire tempi e modi della vita dei cittadini palestinesi, derubandoli non solo della terra, ma anche della possibilità di trascorrere la propria esistenza liberamente e nel rispetto della propria dignità.

Vedi:

http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&view=article&id=5723:ramadan-al-checkpoint&catid=35&Itemid=72

http://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2017/06/26/news/beirut-169204486/

IV- A proposito di boicottaggi

Alla fine la Sears Marketplace, catena di distribuzione statunitense che gestisce una piattaforma per vendere prodotti online, ha deciso di rimuovere dal sito le magliette “colpevoli” di contenere scritte a favore di una “Palestina libera” e per la fine dell’Occupazione.

La denuncia era partita da un lettore del quotidiano israeliano Jerusalem Post, secondo il quale è “inaccettabile delegittimare lo Stato di Israele”. Come se invocare la fine dell’Occupazione significasse minare le fondamenta dello Stato di Israele. La cosa incredibile è che il quotidiano sia andato a chiedere conto dell’accaduto all’azienda e che questa abbia deciso di autocensurare la propria piattaforma di vendite, promettendo di fare maggiore attenzione in futuro.

Un episodio che conferma quanto sia facile per Israele “boicottare” prodotti che non siano di suo gradimento e quanto sia difficile, per chi le subisce, resistere alle pressioni israeliane.

 

Vedi:

http://www.jpost.com/Arab-Israeli-Conflict/Sears-to-pull-Free-Palestine-clothing-from-site-amid-controversy-496094

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