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Newsletter No 18 – 21/3/2016

“Contrastiamo con forza qualsiasi passo acceleri l’espansione degli insediamenti, che solleva dubbi pesanti sulle intenzioni di Israele a lungo termine”

John Kirby, Portavoce del Dipartimento di Stato americano

Indice:

  1. L’amicizia ostacolata tra Indonesia e Palestina
  2. Il cinema palestinese sbarca in Sardegna
  3. L’impunità sfacciata di Israele
  4. Solidarietà contro le demolizioni
  5. Fuoco al testimone della famiglia Dawabsha

I – L’amicizia ostacolata tra Indonesia e Palestina

Il governo indonesiano ha accolto positivamente la provocazione lanciata a metà dicembre dal Ministro degli Affari Esteri della Palestina, Riad Malki, proprio a Jakarta. In occasione della Conferenza Internazionale su Gerusalemme organizzata dal Comitato ONU per l’Esercizio dei Diritti Inalienabili del Popolo Palestinese (CEIRPP) insieme all’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC), Malki aveva chiesto: “Cosa aspettano i Paesi del mondo ad intervenire per fermare le azioni di Israele a Gerusalemme che contraddicono il diritto internazionale?”.  La risposta della Ministra degli Esteri indonesiana, Retno Marsudi, era stata immediata: il suo Paese non risparmiava sforzi per sostenere la causa palestinese presso le Nazioni Unite.

Il problema, in questo caso come in molte altre relazioni che la Palestina intrattiene con altri Paesi, consiste nelle pesanti interferenze attraverso le quali il governo israeliano boicotta – è proprio il caso di usare questa parola – qualsiasi rapporto tra Ramallah e il resto del mondo, nella speranza di ridurre il popolo palestinese in una condizione di isolamento. Non gli è difficile, visto che controlla tutte le sue frontiere.

E’ così potuto succedere che, con un gesto chiaramente volto a punire l’Indonesia per il suo atteggiamento filo-palestinese, domenica 13 marzo le autorità israeliane abbiano negato alla stessa Ministra Marsudi l’ingresso a Ramallah per inaugurare un consolato onorario della Repubblica d’Indonesia in Palestina. Durante la visita, la Ministra Marsudi intendeva anche incontrare la sua controparte, Riad Malki, e il Presidente Abu Mazen, ma questo incontro è stato cancellato come tutti gli altri appuntamenti in territorio palestinese.

Il Ministro degli Esteri palestinese, senza farsi troppo scoraggiare, ha deciso di incontrare la collega indonesiana ad Amman, in Giordania.

Ricordiamo che l’Indonesia, il Paese musulmano più popoloso, non intrattiene relazioni diplomatiche formali con Israele e si è dimostrato più volte vicino alle ragioni dei palestinesi. Solo una settimana prima del fallito incontro a Ramallah, Abu Mazen e il Presidente indonesiano Joko Widodo si erano visti a Jakarta per un summit mirato a rafforzare l’appoggio dell’OIC alla Palestina. Durante questa iniziativa, l’Organizzazione per la Cooperazione Islamica aveva deliberato il bando dei prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani e il pieno sostegno ai diritti inalienabili dei palestinesi.

Non può essere un caso che Israele abbia cercato di ostacolare ulteriori avvicinamenti.

Vedi:

http://www.wafa.ps/english/index.php?action=detail&id=30146

https://www.alaraby.co.uk/english/news/2016/3/13/israel-denies-entry-to-indonesias-foreign-minister-visiting-palestine

http://www.abc.net.au/news/2016-03-14/israel-prevents-indonesian-foreign-minister-entering-west-bank/7243926

http://english.wafa.ps/page.aspx?id=WdDTBja31351695573aWdDTBj

II – Il cinema palestinese sbarca in Sardegna

Dal 9 al 12 marzo, presso i locali della Cineteca Sarda di Cagliari, si è svolta la XIII edizione del Festival del Cinema Arabo Palestinese – Al Ard Doc Film Festival – organizzato dall’Associazione Culturale Amicizia Sardegna Palestina e finanziato dall’Assessorato della pubblica istruzione, beni culturali, informazione, spettacolo e sport della Regione Sardegna.

L’Ambasciatrice dello Stato di Palestina, Dra. Mai Alkaila, ha preso parte all’edizione di quest’anno, che ha proposto 32 proiezioni, approfondimenti e incontri con i registi, dando come sempre ampio spazio alle produzioni di giovani registi, che hanno mostrato nuovi modi di vivere e resistere sotto l’occupazione. Tra queste, To my Mother di Ahmad Al Bazz ha vinto il premio Miglior regista emergente. Altri film riguardavano il dramma dell’immigrazione (Las lagrimas de Africa, di Amparo Climent) e l’Islam “tradizionalista”, raccontato in Nemico dell’Islam? di Stefano Grossi, che descrive un incontro con il regista tunisino Nouri Bouzid. Ancora la Tunisia è al centro di Parallele, di Bilal Athimni, che racconta la voglia di normalità e le speranze di un riscatto culturale a seguito degli attentati del 2015.

Anche quest’anno il Festival si è dotato di una giuria d’eccezione: il poeta palestinese Ibrahim Nasrallah, la regista Monica Maurer, Wasim Dahmash (IULM, già Università di Cagliari), Felice Tiragallo dell’Università di Cagliari e Antonello Zanda, direttore della Cineteca Sarda. Il tutto coordinato dalla ormai pluriennale esperienza del Direttore Artistico del Festival, Giuseppe Pusceddu.

Una novità di questa edizione è stata la giornata dedicata alla formazione di docenti e professori su “Origine, storia ed evoluzione dei conflitti in Medio Oriente”, organizzata in collaborazione con l’Associazione Professionale Proteo Far Sapere e FLC-CGIL, che si è tenuta venerdì 11 nei locali del Teatro Massimo.

Lo stesso teatro ha ospitato gli studenti delle scuole superiori che la mattina di sabato 12  hanno partecipato all’incontro “Palestina in Cattedra”, un momento di confronto con i registi.

Nella giornata di chiusura, dopo la cerimonia di premiazione, Monica Maurer ha presentato il nuovo lavoro della regista palestinese Annemarie Jacir When I saw you, che ripercorre la storia di mamma e figlio palestinesi, profughi della guerra del ’67.

http://www.sardegnapalestina.org/al-ard-doc-film-festival-2016/

https://www.youtube.com/embed/WVMW5cZatho

III – L’impunità sfacciata di Israele

Il Segretario del Comitato Esecutivo dell’OLP, Saeb Erekat, martedì 16 marzo ha denunciato la decisione delle

autorità israeliane di dichiarare “terra dello Stato” 234 ettari di terreno vicino a Gerico. Secondo Erekat, “Quest’ultima mossa è coerente con i piani del governo israeliano di imporre un regime di Apartheid nella Palestina occupata”. Infatti, “Israele, la forza di occupazione, continua il suo progetto coloniale mantenendo una presenza dirompente dell’esercito e annettendo nuove terre palestinesi in Cisgiordania, compresa la Valle del Giordano”.

A rendere Il tutto ancor più inaccettabile, il fatto che la leadership palestinese sia stata informata di questa iniziativa lo stesso giorno in cui Pierre Vimont, l’inviato speciale della Francia per la Conferenza Internazionale sulla Pace in Medioriente, ha incontrato il Direttore Generale del Ministero degli Affari Esteri israeliano Dore Gold, stretto alleato del Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

“Questo – ha detto il negoziatore per la Palestina, simboleggia l’abitudine a un’impunità garantita dalla comunità internazionale, il principale ostacolo alla fine dell’occupazione e alla realizzazione dei diritti inalienabili del popolo palestinese sin qui sistematicamente calpestati”.

E’ per questo fondamentale, ha insistito Erekat a proposito del suo incontro con Vimont, che “chi ha a cuore la pace tra palestinesi e israeliani sostenga con convinzione le idee della Francia”, che sono a suo dire “puntuali, realistiche e, soprattutto, le uniche in campo”.

La Conferenza proposta dalla Francia dovrebbe avere luogo a giugno o luglio.

Vedi:

http://english.wafa.ps/page.aspx?id=DQqft4a32320580127aDQqft4

IV – Solidarietà contro le demolizioni

Secondo uno studio commissionato dall’OLP, le forze di occupazione israeliane nel corso del 2015 hanno distrutto 478 edifici palestinesi, tra cui case, ambulatori e siti di interesse storico. Ad essere più duramente colpite, a partire da ottobre, le famiglie a cui la casa è stata demolita nell’ambito della punizione collettiva con cui le forze di occupazione infieriscono sui parenti di chi è già stato eliminato come elemento pericoloso. A conferma che si tratti di una strategia di annichilimento, quando a gennaio in Palestina è stata lanciata la campagna di raccolta fondi a sostegno di chi aveva perso la casa, l’esercito israeliano si è allarmato, sostenendo che questa colletta avrebbe disinnescato la sua “politica di deterrenza” contro la resistenza palestinese.

Da allora, le demolizioni sono continuate, con pretesti sempre diversi che vanno dalle ragioni di sicurezza, alla mancanza di permessi, alla eccessiva vicinanza agli insediamenti, alla collocazione su “terreni dello Stato” o su aree verdi. Ed è proseguita la raccolta, a cui hanno aderito aziende e negozi locali, anche attraverso scatole per donazioni come quelle sistemate nelle strade più frequentate di Betlemme, Ramallah, Tulkarem, Nablus, Salfit, Hebron e Al-IzzariYa (a est di Gerusalemme), dove una conferenza stampa organizzata in Piazza Yasser Arafat ha visto la partecipazione di religiosi cristiani e cattolici nonché di rappresentanti di diversi partiti politici.

Munthir ‘Amireh, un attivista di Betlemme, ha detto che anche se la campagna mira a raccogliere fondi, ha anche una profonda valenza morale.  La vicinanza con le famiglie di chi è stato ucciso significa che i palestinesi sono uniti e hanno diritto a vivere.

Anche il governatore di Hebron, Kamel Hmaid, ha spiegato che la campagna è motivata da un senso di responsabilità nazionale che rafforza la determinazione dei palestinesi, specialmente a Gerusalemme.

Secondo l’ultimo rapporto statistico rilasciato dall’Istituto di Ricerca Applicata di Gerusalemme (ARIJ), solo durante lo scorso mese di febbraio, le forze di occupazione hanno demolito 97 case e altre 86 strutture in Cisgiordania, con il pretesto che fossero “illegali”. Lo stesso Istituto ha reso noto che altre 139 case e strutture sono state colpite da simili ordini di demolizione o di interruzione dei lavori in corso, mentre più di 65 ettari di terreno in varie parti della Cisgiordania sono sotto minaccia di confisca.

All’inizio di marzo, centinaia di palestinesi hanno partecipato a una manifestazione  nel Negev, a sud di Gerusalemme, in solidarietà con gli abitanti dei villaggi di Atir e Umm Al-Hiran, le cui case sono state distrutte dall’esercito israeliano. Durante la protesta, il parlamentare arabo della Knesset Taleb Abu Arar ha detto: “Quello sta succedendo nel Negev è pulizia etnica”.

Allo stesso tempo, il settimanale israeliano Kol Ha’ir ha rivelato che il governo israeliano sta andando avanti con i progetti di costruzione di circa 1.000 nuove unità abitative in 4 insediamenti illegali di Gerusalemme –  Har Homa, Pisgat Ze’ev, Maale Adumim, and Modi’in – nonostante le dure critiche a livello internazionale.

Le licenze per costruire sono molto care e difficili da ottenere per i palestinesi, soprattutto nell’area di Gerusalemme, a conferma del fatto che il governo israeliano sta cercando di cacciare i palestinesi e di modificare così il bilancio demografico della città.

Il gruppo per i diritti umani B’Tselem, israeliano, sostiene che nel corso degli ultimi 12 anni a Gerusalemme Est siano state distrutte almeno 600 case, lasciando senza tetto più di 2.000 palestinesi.

Vedi:

http://english.wafa.ps/page.aspx?id=RqFZfPa30112513167aRqFZfP

http://english.pnn.ps/2016/01/14/israel-outraged-by-palestinians-donating-to-rebuild-demolished-homes/

http://english.pnn.ps/2016/03/05/february-2016-alone-97-palestinian-homes-demolished-by-israel/

                               

V – Fuoco al testimone della famiglia Dawabsha

Nella notte tra sabato 19 e domenica 20 marzo qualcuno ha appiccato il fuoco alla casa dell’unico testimone  dell’incendio di Duma, l’orribile crimine a causa del quale hanno perso la vita Ali Dawabsha, di 18 mesi, e i suoi genitori Saad e Reham, mentre il piccolo Ahmad, gravemente ustionato, si sta riprendendo solo adesso. Proprio mentre l’orfanello sopravvissuto alla strage delle sua famiglia veniva accolto a braccia aperte a Madrid da Cristiano Ronaldo e da tutta la squadra di calcio del Real, un suo parente, Ibrahim Dawabsha, rischiava di soffocare insieme a sua moglie per un nuovo attacco, molto simile, sempre a base di bombe Molotov.

Per queste caratteristiche, Ghassan Daghlas, che monitora le attività degli insediamenti nel nord della Cisgiordania, ha subito sospettato che si trattasse di un’azione commessa da coloni.

 Il governatore di Nablus, Akram Rajoub, da parte sua, ha detto che un’iniziativa del genere ha il chiaro scopo di intimidire il popolo palestinese, e che bisogna invece reagire organizzando “pattuglie di guardia notturne” per scongiurare nuovi attentati dei coloni.

Il Segretario del Comitato Esecutivo dell’OLP, Saeb Erekat, ha voluto puntare il dito sul governo israeliano, sostenendo che violenze del genere sono diventate una “pratica comune” di questa amministrazione, come  nel caso dell’efferato omicidio del giovane Mohammed Abu Khdeir – rapito il 2 luglio 2014 e bruciato vivo anche lui, a 16 anni – per cui si attende ancora che sia fatta giustizia, visto che i colpevoli sono agli arresti domiciliari o in casa di cura.

“Israele – ha detto Erekat – dovrebbe finalmente condannare i colpevoli dell’assassinio della famiglia Dawabsha, anziché rimandare questi assassini violenti a casa, negli insediamenti illegali dove vivono”. Si tratta dell’ennesima prova, secondo il Segretario dell’Olp, “dell’impunità di cui sa di godere Israele, anche per via della licenza che sembra avergli concesso la comunità internazionale, di contravvenire sistematicamente al diritto internazionale”.

Vedi:

http://english.wafa.ps/page.aspx?id=JR1Jvha34212665091aJR1Jvh

http://english.wafa.ps/page.aspx?id=8bccqwa34220279115a8bccqw

http://www.nad-plo.org/etemplate.php?id=626

http://www.palestinechronicle.com/cristiano-ronaldo-to-meet-his-biggest-fan-4-year-old-ahmad-dawabsha/

http://www.101greatgoals.com/blog/cristiano-ronaldo-meets-5-year-old-palestinian-orphan-ahmed-dawabsha-video/

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